L' arte: rivista di storia dell'arte medievale e moderna — 25.1922

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PIETRO ARETINO E MICHELANGELO

Sfatata a suon di documenti la leggenda di cui Pietro Aretino era fatto l'eroe,1
appena adesso il problema della sua posizione nel mondo del Cinquecento si va chiara-
mente determinando per merito della più recente scuola critica.

Il novissimo atteggiamento di essa, che la dispone a risolvere il problema storico con
un sentimentale adattamento alle ragioni e ai modi del fatto, ricreandolo artisticamente
cioè considerandolo « sub specie aestheticae », pare appunto, nel caso nòstro, singolarmente
aderisca al tema, in quanto è già da motti anni divenuto comune il ripetere che la civiltà
italiana, del Rinascimento si sviluppò in un «modus» essenzialmente estetico.2 Solo per suo
mezzo infatti ci è possibile comprendere e unificare nello spirito nostro quello che fu il fon-
damentale dissidio della filosofia italiana del tempo, come esso si unificava nello spirito
degli uomini d'allora: dissidio tra l'azione pratica che l'individuo rivolgeva senza freno
a lini del tutto immanenti, e l'azione estetica per cui egli si sente uno con la natura,
ma non più in quanto egli è in essa come goccia nel mare, soggetto alle stesse forze
trascendenti — quale è il concetto della realtà umana nel medioevo; — bensì in quanto
egli ne è padrone e dio: gonfiandola di sè stesso, cioè della sua forza fantastica e crea-
trice. Ma l'individuo del Cinquecento investiva di questo suo animo di artista la stessa
sua sfrenata affermazione personale, che rese tipici signori e condottieri, al punto che
gli stessi avventurieri esplicarono la loro attività e furono giudicati nel loro ambiente
con un criterio assolutamente estetico: primo di essi Pietro Aretino.

Conviene perciò, che per «riviverlo» storicamente, noi ci poniamo di fronte a lui con
lo stesso animo di Tomaso Campanella:

merca e fa prede: a luì poca r una terra!

E allora egli ci apparirà, a suo modo, un tipo eccezionale del nostro popolo: individuo
col l usivo d'ogni legame sociale, con l'unico scopo di liberare disèal mondo tutta l'innata fré-
nesia di vita, di godimento, di ricchezze, con ogni mezzo meno che sanguinoso — non
fu malvagio, come chi per invidia lo colpì di pugnale — con una spregiudicatezza e una
malizia cortigianesca e una acuzie satirica che lo sollevano fuor dalla mediocrità degli
avventurieri d'ogni epoca.

Si ritrovano in lui caratteristiche eterne della razza nostra: la Morale intesa este-
ticamente come senso di proporzione nei rapporti sociali e di convenienza nell'azione
singola, cioè di armonia fra la portata e condotta dell'azione e la natura intima dell'au-

pp, 40, 102, 134, 174-17(1; Revue Mene, serie IV,
t. V, 5 febbraio 1896; C. Bertani, P. A. Vita e
opere, Sondrio, 1901.

2 burchkardi, La civiltà ilei li i nascimento, cur.
Valbusa, Sansoni, Firenze; Muntz, Precursori e.
propugnatori del Rinascimento; idem, idem; ecc.;
v. spec. G. Gentile, Giordano Bruno e il pensiero
del Rinascimento, Firenze, Vallecchi, 1920, pp. 111-

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1 La vita delle'tifarne Aretino, pubbl. dal!'Ari.a,
Città di Castello, 1901; G. Mazzucchf.lli, La vita di
P. A., Padova, Cornino, 1741; Ph.Chasi.es, Etudes
sur li'. Shakespeare, M. Stuart et VAictin, Paiis,
1851 ; A. Luzio, L'Aretino nei siici primi anni a
Venezia (te., Torino,. 1888; A. Grah, Attraverso il
Cinquecento (un processo a P. A.), Torino 1888;
P. Gauthiez, L'Italie du XVI siede: l'Arctir., Ha-
chetle, Paris, 1895; E, Muntz, Histoire de l'art pen-
ilniit la Renaissance, Hachette, Paris, 189=;, t. Ili,
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