L' arte: rivista di storia dell'arte medievale e moderna — 25.1922

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SERGIO ORTOI.AM

non già per credersi tale, quale mi ha spìnto a vantarmi, non la superbia mostrata
di aver così parlato, ma la superchia brama di ritrarre qualcuna delle maraviglie di
continuo partorite dalla divinità che ingravida l'intelletto».'

Qui lo stile barocchissimo perchè insincero mal riveste la rabbia della delusione e
lo sforzo di inchinarsi ancora a chi manifestamente disdegna. Parla da pari a pari,
cosciente che lo sprezzo dell'artista, sia pur Michelangelo, non tien conto d'una nuova
grande forza sociale che con Pietro Aretino s'afferma anche nel campo dell'arte: la
stampa.

E la letta fra la libera individualità dell'artista, volta a soli fini creativi oltre ogni
ragione materiale e civile, e l'attività affaristica e pratica del critico-banditore che si
crede — e purtroppo è in parte — dominatore del giudizio dei popoli. Epica lotta con
cui si apre l'età moderna.

Siamo ai ferri corti; Michelangelo non risponde; l'ira dell'Aretino prorompe. Eccoci
alla celebre lettera del novembre 1545.

« Signor mio, nel veder lo schizzo intiero di tutto il vostro dì del giudizio, ho for-
nito di conoscere la illustre grafia di Raffaello nella grata bellezza de la invenzione...
mi vergogno della licenzia, sì illecita a lo spirito, che havete preso ne lo esprimere i con-
cetti, ù si risolve il fine, al quale aspira ogni senso de la veracissima credenza nostra.
Adunque quel Michelagnolo stupendo in la fama, quel Michelagnolo notabile in la pru-
dentia, quel Michelagnolo ammirando ha voluto mostrare a le genti non meno empietà
d'irreligione, che perfettion di pittura?... ». Ecco dunque la vendetta dell'amor proprio
di Pietro Aretino, punto dallo sprezzante silenzio del Buonarroti, e già troppe volte
piegatosi infruttuosamente all'adulazione e all'omaggio! Quanto più egli amava il Grande
e si riteneva fiero dell'amicizia sua, tanto più ora, respinto, diviene protervo. Gli mostra
che egli ben altrimenti salvò la decenza nei suoi Ragionamenti; usando, cioè, « detti irre-
prensibili e casti », «in materia lasciva et impudica » (!!); lo consiglia perciò a ricoprir le
vergogne degli ignudi con « raggi di sole » e con « fiamme di fuoco », o con «auree foglie»,
ammonendolo: « Se vi foste consigliato nel comporre e l'universo e l'abisso e il paradiso,
con la gloria con l'onore et con lo spavento abbozzatovi da la istruzione, dall'esempio
e dalla scienza della lettera che di mio legge il secolo, ardisco dire che non pure la
natura, ma ciascuna benigna influenza non si pentiriano del datovi intelletto sì chiaro ».

Ora tutti conoscono lo sconcio di Daniele da Volterra, ordinato da Paolo IV. Ed
ecco i critici e storici dell'arte gettai- fulmini addosso a Pietro Aretino, chiamandolo
ispiratore di tanta deturpazione, o almeno valersi di questa lettera per determinare la
potenza della reazione religiosa e puritana contro la Riforma: tale da contar nelle sue
file perfino il sozzo aventuriero; riducendosi poi naturalmente a chiamarlo uomo in mala
fede o convertito dell'ultima ora.

Nulla di questo invece. Esaminiamo infatti alcuni brani di questa lettera, che di
solito non vennero citati.

« Hor così me lo perdoni Iddio —dice l'Aretino — come non ragiono ciò per isdegno
ch'io ebbi circa le cose desiderate, perchè il sodisfare al quanto vi obh'gaste mandarmi
doveva essere procurato da voi con ogni sollecitudine, da che in cotale atto acque-
tavate la invidia... I.a ingratitudine, non l'avaritia di voi, pittor magno....» furono
la cagione dell'ira sua. E in verità — facciamo pur la tara su quanto egli dichiara —
più che la delusione di non aver nulla ricavato da Michelangelo (promessi 0 no che
gli fossero stati i famosi disegni), potè in lui l'ira di chi si sentiva trascurato a ti ito.
Infatti un Postscriptum della lettera dice: « Hor ch'io mi sono un poco isfogato la colera
contro la crudeltà vostra usa a la mia divotione, et che mi pare havervi fatto vedere che
se voi siete divino io non sò d'acqua, stracciate questa, che anch'io l'ho fatta a pezzi,

1 Lettere, Ivi.
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