L' arte: rivista di storia dell'arte medievale e moderna — 25.1922

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LA NAVICELLA » DI CIOTTO

che il ' risto f 11 rappresentato da Giotto di faccia. Ciò che perdeva in fatto di natura-
lezza di racconto, l'immagine di faccia guadagnava nella evidenza della presentazione.
Ad essa, nella sua statuaria imponenza, doveva correre l'occhio dell'osservatore, perchè
essa apparisse il cardine su cui si svolgeva la scena, cardine materiale per la determinazione
dello spazio prospettico, cardine spirituale, perchè rappresentava l'autore del miracolo.

Date le sue proporzioni, il pescatore doveva essere posto in secondo piano, circa nel
luogo .love lo indica l'affresco di Foligno, e dove rappresenta lo scoglio l'affresco della
cappella della Maddalena.

Circa gli apostoli nella nave, risulta chiaramente, dal confronto delle varie copie con
il musaico restaurato, che Ciotto li aveva disposti in due schiere parallele, che assai bene
dovevano accentuare lo scorcio della nave. Senza lo scorcio, una tale disposizione manca
al suo effetto. Tanto è vero che Andrea da Firenze- e l'autore del disegno Bonnat, i due
più lini artisti che hanno replicato la scena, avendo rinunziato allo scorcio della nave,
hanno rinunziato anche alle due serie parallele.

Oltre gli atti per l'ammirazione e il timore, suscitati negli apostoli dal miracolo che
si compie, ha colpito la fantasia dei copiatori ed è rimasto nel musaico restaurato l'atto
dell'apostolo di schiena che si sforza ad ammainare la vela, gravando sulla corda tesa
con tutto il peso del corpo. Incerta rimane la ricostruzione dell'atteggiamento di altri
apostoli. K in ogni modo opportuno rilevare che quella varietà e quella vivacità di
atti, che tanto impressionarono gli uomini del Rinascimento, trovano la loro possibilità
nello scorcio della barca e nella realizzazione dello spazio. Se a questo Ciotto non fosse
giunto, il musaicista di Monreale insegna entro quali limiti la scena si sarebbe svolta; e
però nello spazio consiste il motivo centrale della creazione di Ciotto.

Se come opera d'arte la Navicella è irremissibilmente perduta, l'azione- dello spiriti»
che l'ha informata è perdurata a lungo a traverso la storia, e [orse perdura tuttora. Va-
leva dunque la pena di durare la fatica necessaria e di contentarsi delle approssima-
zioni, pur di raggiungere in qualche modo la conoscenza di quello spirito.'

Lionello Venturi.

1 Non mi è possibile di chiudere questi miei studi
sulla Navicella senza accennare al mio articolo su
La data dell' attività romana di Giotto, pubblicato in
questa medesima rivista nel toi8. Ivi ho dimo-
strato che la data del 1298, ammessa da tutti come
quella dell'attività romana di Giotto, è una pura
invenzione di scrittori del Seicento; e ho quindi
emesso l'ipotesi che tanto la Navicella quanto il
polittico di S. Pietro sieno stati eseguiti intorno
al 1320. Quell'articolo non ha avuto una buona
stampa: hanno cercato di contraddirne in tulio o
in parte le conclusioni, dapprima l'amico Pietro
Fedele con argomenti senza dubbio rispettabili
ma forse non decisivi (Archivio della R. Società
Romana di Storia Patria, XLI [1918], p. 353 e seg.),
poi Raimond van Marie, il quale ha spostato la que-
stione e ha spezzato una lancia in fasore dell'educa-
zione romana di Giotto ch'io non mi sono mai sognato
di negare (Rassegna d'arte, XIX [1919], fase. 3-4),
infine [. B. Supino, il quale, forse per aver con-
fuso l'Index librorum del Grimaldi ch'è del 1003
con il Li ber canonicorum dello stesso ch'è del 11,2 >.
ha negato, o mi sbaglio, l'evidenza (Giotto, Firenze,
1920, p. S7-50I- 1" ogni modo risparmio a] lettore
una polemica con i miei egregi contradditori,
perchè non ho alcun elemento nuovo da aggiungere a
quelli forniti nel [918, e perchè desidero che la even-
tuale ulteriore riflessione sulla validità dei miei argo-
menti rimanga esente da ogni puntiglio personale.

Piuttosto pubblicherò, poiché ne ho l'occasione,
quel frammento di affresco staccato dalla tribuna
dell'antico S. Pietro, che fu per la prima volta
indicato da A. Venturi come esistente in una colle-

zione privata di Assisi (Storia, Y, p. 294), (fig. 19).
Ksso reca nel verso la seguente epigrafe:

« Has S. S. Principimi Apostoiorum l'etri Pauli
ni 111as imagines collectas ex interiore parietis an-
tiqui templi / diruti anno MDCXV] ad ampliatio-
nem Vaticanae Basilicae a Petro Stroza Pauli V
Secretarlo eiusdem Basilicae canonico dono ac-
ceptas / Mattheus Caccinius ornandas curavit vel...
veneratami / Fidelium Anno Dui MDCXXV ».

Dunque il frammento ora conservato deriva
dalla decorazione della tribuna di S. Pietro, e fu
raccolto perchè si credette rappresentasse i SS. Pie-
tro e Paolo, ciò che non è esatto.

Di (piale pittore è l'opera? Il .Martirologio del
[343 ricorda che il card. Jacopo Stefaneschi fece
dipingere la tribuna di S. Pietro: ina non diceda
chi. 1*; poiché dice invece espressamente subito dopo
che il Cardinale fece eseguire proprio a Giotto Na-
vicella e Polittico, è chiaro che l'anonimo autore
del necrologio ilei cardinale sapeva bene che Navi-
cella e Polittico erano di Giotto, e chela tribuna non
era di Giotto. È vero che poi Lorenzo Ghiberti af-
fermò che Giotto dipinse La cappella e la tavola
di S. Pietro in Roma »: ma è facile intendere che
un errore di lettura o una tradizione orale fondata
sulla lettura erronea del necrologio abbiano pro-
dotto la notizia data dal Ghiberti, tanto più se si
tien conto che le pitture della cappella o tribuna
avevano carattere effettivamente giottesco.

Infatti lo sti'e del frammento di Assisi presenta
evidenti caratteri giotteschi, non tali tuttavia da
potere considerarlo come opera della mano del
maestro stesso.
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