L' arte: rivista di storia dell'arte medievale e moderna — 25.1922

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La mostra della pittura italiana del Sei e Settecento a Firenze

Impresa addirittura eroica, fare una mostra di due secoli di pittura tra i più tem-
pestosi che mai vi sien stati, balenanti di improvvisi presentimenti d'ogni moder-
nità, tra scambi spirituali continui di carattere europeo, due secoli tra i più affannosi
di ricerche e di esperimenti (nella pittura come in tutta l'arte, come in tutta la vita),
nelle vie tumultuose dei quali si smarriscono e si confondono talora le stesse persona-
lità degli artisti, prese in un movimento che ha sì una individualità ma che non sempre
si identifica con questo o quel pittore in carne ed ossa. Certo uno svolgimento così
continuato come fu quello Cortona-Giordano-Giaquinto, che occupò quasi un secolo e
mezzo, e che in fondo può sembrare anche monotono, si può dire senza precedenti,
almeno immediati. E questo non è che un esempio. D'altra parte vediamo in uno stesso
pittore opere assolutamente diverse, sotto tutti i riguardi, a seconda che egli si metta
con l'ima o con l'altra corrente, tanto da far quasi pensare che in quei secoli si compia
un passo indietro in fatto di individualità umana di fronte all'età precedente, si lascino
maggiormente operare le grandi forze della storia, ci si rimetta alla Provvidenza che
opera al di sopra dei singoli.

Ma si deve tener conto di un altro fatto innegabile, che porta a frequenti scon-
volgimenti nell'unità d'opera degli artisti e nella loro individualità, a quel senso cioè
del dramma, del movimento (inteso spiritualmente), senso modernissimo che appare
così significativamente nei secentisti e conduce a quel lirismo spesso esasperato e già
addirittura romantico che anima tante opere di quel tempo e dà forma talora alle stesse
psicologie degli artisti, da concepirsi essi stessi non come ideali armonici spirti, volontà
cristalline, costruttori lenti e tenaci, ma bensì anime in tumulto, in improvvise ascesi
ed in strani abbandoni. Questo non può certo dirsi per tutti gli artisti dell'epoca, ma
in linea generale può ben dirsi. Un esempio: Lanfranco.

Di tale capacità di mutamento che si vede nei singoli artisti e che è assai maggiore
che non nell'età precedente, si deve tener conto quando si tratti di attribuire questa
o quell'opera a questo o quell'artista singolo e determinato; il che dà luogo a frequenti
dubbi che talora fanno addirittura desiderare dei precisi documenti.

Queste difficoltà di attribuzione, tanto più gravi per un'età che, relativamente,
solo ora si è cominciata a studiare, appaiono bene nella mostra fiorentina e d'altra
parte rendono questa ancor più interessante per utilissimi ed altrimenti impossibili
confronti, per vivacità di problemi che ne sorgono.

Questa esposizione veramente grandiosa ed organizzata con visione così vasta da far
desiderare molti bis, naturalmente più delimitati, è stata impostata sul concetto di render
particolarmente note alcune correnti, e le più vitali, della grande produzione pittorica
del Sei-Settecento italiano. Non si può certo dire che essa ci dia un quadro addirittura
completo della pittura italiana di quei secoli (cosa che sarebbe stata, anche material-
mente, impossibile), ma pone in rilievo alcune personalità ed alcune correnti di valor
capitale e troppo finora trascurate e per questo fa veramente fare un passo innanzi
nella conoscenza dell'arte di quei secoli.

Da tale punto di vista, e tenendo conto di quanti veri valori d'arte ci sono stati
rivelati, si può considerare con simpatia la necessaria parzialità di questa mostra. Ma
ognuno sa bene dove completare per suo conto la visione pittorica dei due secoli qui
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