L' arte: rivista di storia dell'arte medievale e moderna — 25.1922

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CAVALLINIANA

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guide e alla data della grande S. Cecilia già in S. Antoniello delle Monache, adesso
nella collezione del dottor Paolo Wenner di Napoli: 1645. Or tutti sanno quanto s'è
dovuto rifiutar veridicità al biografo settecentesco; ma, caduto il furore degli ipercritici, s'è
rimasti convinti ch'egli non superò per fantasia il vecchio Vasari, e che nella parte delle
Vite che parla di artisti contemporanei o giù di lì, finora i moderni studiosi han trovato
ottime fonti documentarie e acuta comprensione dei valori estetici presi in esame. Tanto
è vero che i cultori della recente fama del Cavallino nulla di meglio han fatto che
riadattare le loro storie genetiche e stilistiche dell'arte sua agli appunti del presunto
immaginatore. E a ragione! Infatti, fin qui, le opere vi si sono naturalmente giaciute.

Restano intanto definiti con precisione: un primo gruppo di quelle, che comprende
le esperienze più giovanili, quasi tutte ispirate allo Stanzioni, non senza richiamo al

Fig. 1 — B. Cavallino : Mose fa scaturir l'acqua dalla rupe.
Napoli, Collez. comm. Sbordone.

renismo appesantito di Andrea Vaccaro e qualche presentimento caravaggesco assorbito
per intermedia via; un secondo, prettamente caravaggesco, sia che attinga a Battistello
o, in più largo senso, ad Artemisia Gentileschi, sia che si concreti alla presenza del
Merisi stesso (come nella Negazione di S. Pietro della raccolta Harrach di Vienna, di cui
possiede una replica il marchese di Campolattaro, a Torre del Greco). Nè mancan finora
spunti diversi dal Ribera, dal Fracanzano, dallo Spadaro e dal Rosa. Il terzo periodo, che
ci appar tuttavia un poco disgiunto dal precedente, riassume i capolavori intorno al
bozzetto della 5. Cecilia del Museo Napolitano (1645), e potrebbe chiamarsi il vero
Cavallino; quindi alcune opere diseguali, e slegate che il Sestieri trattò, più o meno
giustamente, d'Accademia.

Ma qui mi pare che i critici siano stati piuttosto frettolosi, raggruppando una grande
quantità d'opere nei primi ventitre anni dell'artista e lasciando l'ultimo periodo della
sua vita, dal 1645 al 1654, che fu certo il più fecondo, quasi completamente disorga-
nico e spopolato. E insieme s'è dato troppo minor rilievo all'influsso di Rubens e di
Tiziano, così a lungo descritto e ribadito dal De Dominici, e patente alla fine del periodo
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