L' arte: rivista di storia dell'arte medievale e moderna — 25.1922

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BEATRICE SERRA

certo questo fenomeno anche ammettendo che Domenico di Capo d'Istria, presentato
dal Filarete quale autore del tempietto, fosse scolaro del Brunellesco. Sappiamo del
resto dal Filarete stesso che il Capo d'Istria morì a Vicovaro mentre stava lavorando
al tempietto; sappiamo anche che l'opera fatta iniziare da Giovan Antonio O.sini era
ancora incompiuta l'anno della morte di lui, avvenuta nel 1456. Infatti, in un testa-
mento del 1448, il suddetto Giovan Antonio Orsini conte di Tagliacozzo, ordinava, fra
l'altro, che fosse ultimata la cappella di S. Giacomo in Vicovaro e la dotava di una
rendita annua; nell'ultimo testamento poi, datato 25 dicembre 1456, lasciava ordine
di esser sepolto a Vicovaro e « in cappella S. Mariac, sita in ecclesia S. Petri de Castro
Vicovarii, usque quo trasferatur ad cappellani S. Jacobi, ecc. » (Arch. Orsini, II, A. XVII, II).
L'opera fu compiuta nel 1464; chi fu l'artista che la pose a termine? Il nome
che a prima vista ci si presenta, e dopo lo studio della facciata validamente si afferma,
è quello di Giovanni di Traù detto il Dalmata,1 che poco dopo ritroviamo a Roma occu-
pato in importanti lavori.

L'insieme della lunetta sulla porta, dell'archivolto e del timpano è in vero di una
squisita eleganza, d'una ricchezza d'ornamenti, di un movimento di atteggiamenti e
di scene che efficacemente contrastano con l'uniforme rozzezza della decorazione sotto-
stante (fig. 2). La lunetta, circondata da un alto fregio a palmette e a rosette, è occupata
da un bassorilievo rappresentante la Vergine, alla quale i santi Pietro e Jacopo pre-
sentano due membri della famiglia Orsini. Nel grande archivolto si slanciano quattro
angeli divisi dalla colomba che scende ad ali spiegate. Nei pennacchi adorni di un
arabesco ricchissimo sono inseriti due medaglioni rappresentanti l'Annunciazione; un
bel fregio corre sotto la base del timpano, composto di floride ghirlande di fiori e di
frutta sormontate da rosette, piccoli scudi e nastri svolazzanti; nel timpano reggono lo
stemma due paffuti e sorridenti angioletti.

I caratteri fondamentali dell'arte plastica di Giovanni Dalmata si manifestano
in quest'opera con piena evidenza. Si compiacque il maestro di tagliare con vigoria
le sue creature che, massiccie ma proporzionate e piene d'espressione e di vita, hanno
quasi tutte le teste grosse e ricciolute, i volti rudi, le mani tozze dal dorso grasso e le
dita mai completamente distese; ma specialmente caratteristico è il trattamento delle
vesti molto abbondanti, ammucchiate e spiegazzate, con profondi solchi e grosse pieghe
di singolari forme prismatiche e triangolari. Così nel bassorilievo della lunetta la grossa
Vergine siede nel centro, volgendo a destra la testa dal volto paffuto, la fronte bassa,
i capelli tirati e raccolti sulla nuca; la veste amplissima si avvolge e ricade in grosse
pieghe geometriche. Il florido bambino sgambettante le siede in grembo; con un atteg-
giamento spontaneo, si attacca con le manine alle grosse mani materne e volge la testa
ridente; la camiciola gli cade da una spalla lasciando graziosamente scoperto l'omero
rotondo. Ai due lati della Madonna avanzano i due gruppi di San Pietro e San Jaco-
po. San Pietro ha la caratteristica testa grossa dai lineamenti rudi, la chioma e la
barba riccioluta; la sua tunica enorme empie tutto lo spazio con la disordinata
spiegazzatura; la mano corta e tozza poggia sulla spalla del suo fedele, il quale, vestito
d'una tunica che sotto la cintola si allarga in un ventaglio di pieghe dure come
stecche, inginocchiato adora con le corte mani congiunte. San Jacopo alza anche lui
l'estatico viso dalla lunga e aguzza barba; la veste dalle acute pieghe appuntite
seconda e accresce lo slancio della figura.

Nell'archivolto quattro snelli angeli si slanciano in fervidi atteggiamenti di adora-
zione. Questi begli adolescenti svelti e nervosi hanno tutti i capelli lisci a sommo del
capo e ricciuti ad aureola intorno alla fronte e alla nuca, le grandi ali ricurve, i

1 Ringrazio il mio maestro Adolfo Venturi, che mi metteva sulla via della ricerca intorno a Giovanili
Dalmata.
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