L' arte: rivista di storia dell'arte medievale e moderna — 27.1924

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ADOLFO VENTURI

La testa, « giudicata in quei tempi di Leonardo da Vinci », entrò nella Pinacoteca
parmense con lo Sposalizio di Santa Caterina del Parmigiani.no e alcuni ritratti, fra
gli altri quello del poeta modenese Alessandro Tassoni, ascritto ad Agostino Carracci.
Non doveva essere una raccolta volgare quella del Callani, che dava alla Galleria di
Parma, oltre la testa leonardesca, l'abbozzo delizioso del Parmigianino e ritratti notevoli.
Anche nelle descrizioni del Callani vi è un senso d'arte singolare, e, potrebbe dirsi,
coscienza di conoscitore, là, ad esempio, ove, parlando del Correggio, si accenna al
« consueto mirabile suo maneggio di luci ed ombre diafane ». Ebbene: la testa che egli
amò particolarmente, stette, attribuita a Leonardo, nella Reale Pinacoteca parmense
che l'aveva accolta, come opera cospicua, sino a quando, circa trenta anni fa, sotto la
divina pittura fu messo un cartello infamante: imitazione da Leonardo, ossia contraf-
fazione, copia, opera spuria, cosa degna di magazzino.

L'apposizione del cartello non va però molto condannata, quando si pensi che
trent'anni fa si fece strage di molte attribuzioni infondate, di molte opere di scuola
gabellate per capolavori del maestro. Un critico italiano, Giovanni Morelli, sotto Io
pseudonimo di Lermolieff, con il suo tono imperativo e satirico, fece man bassa di arti-
stiche superstizioni; e, nella foga di abbattere, di finirla con le fantasie vecchie e nuove,
talvolta cadde in errore; dichiarò falso, ad esempio, un disegno del gabinetto delle
stampe a Palazzo Corsini, opera autentica indubbia di Leonardo. Un sacro timore per
le attribuzioni relativamente recenti s'era impadronito degli studiosi; e la paura, come
tutti sanno, fa prender corpo alle ombre. Proprio in quel momento fu scritto il cartel-
lino per la tavoletta di Leonardo.

Eppure la tavoletta è di tale bellezza, e soprattutto di tale leonardesco spirito,
da non trovar parallelo nella schiera di Lombardi attratti dal Fiorentino. Raffigura
una testa muliebre, china verso destra, accarezzante con lo sguardo assorto e col ve-
lato sorriso un oggetto ai suoi piedi: l'atteggiamento, dunque, della Vergine delle Rocce
e della Leda. Ma l'ovale della Madonna del Museo del Louvre, più tondeggiante e irre-
golare che nella tavoletta di Parma, i lineamenti larghi e molli, e soprattutto la cura
ancor primitiva d'inanellare con ordine la chioma lucente, non rispondono alla libertà
fantastica della capigliatura disfatta dal vento, nella tavola di Parma, e alla regolarità
del tipo. E gli studi per la Leda, quello ad esempio del Castello sforzesco a Milano, già noto
col nome di Sodoma, da noi rivendicato a Leonardo nel primo fascicolo de L'Arte (1921),
sono più tardi, come dimostrano l'assottigliato ovale e la maggior dispersione del contorno
nell'atmosfera d'ombra e di riflessi, che circuisce, involge, l'imagine. Anche la spira della
testa e del busto s'intona, in quel disegno, per la sua flessibilità, all'aumentata vibrazione
del movimento, al fluttuar delle luci. I lineamenti, profilati con delicatezza dall'ombra
soffice, avvicinano la bella immagine di Parma, più che alla Madonna delle Rocce e al
disegno per la Leda, al cartone per la Sant'Anna, mentre il fremito aereo delle chiome
richiama gli studi di acconciature muliebri nella biblioteca reale di Windsor.

Non può nascer dubbio che la mirabile tavoletta sia di Leonardo. Nessun effetto di
colore: una diffusa tinta d'ocra accorda il fondo alle carni del volto chino, alla capiglia-
tura snodata in serpentelli d'ombra, in ciocche grondanti dalla tempia destra alla mor-
bida spalla; il movimento tortile, accennato dal busto e dalla testa china, trova sviluppo
in quel serpeggiar fantastico di ciocche, come di fuochi fatui, in quel fremito d'aria
attorno al volto schiarato da un tenue riverbero e dalla vaga luce del sorriso. Nessuno
avrebbe potuto inventare sulle orme di Leonardo, o copiar da qualche sua opera, questa
fantastica capigliatura, che accelera il ritmo tranquillo dell'immagine, animando l'atmo-
sfera attorno; nessuno avrebbe saputo dare alle palpebre chine un così morbido spessore
di felpa, e muover nell'atmosfera velata così tenui e molli riflessi, così soffici ombre,
a modellare il delicato profilo, a imprimere al volto assorto la grazia carezzevole di un
sorriso appena accennato dalle labbra, dallo sguardo chino: il diffuso e vago sorriso delle
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