L' arte: rivista di storia dell'arte medievale e moderna — 28.1925

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Un frammento della pala di Domenico
Veneziano per Santa Lucia de' Magnoli

Alessandro Chiappelli pubblicando tempo fa su queste colonne (Arte, 1924, 11-111)
una debol cosa tra peselliana e lippesca da lui senza base ritenuta opera di Domenico
Veneziano e anche più stranamente supposta possibile frammento della predella per
la pala famosissima degli Uffizi, ha fatto cenno con una facilità meno sorprendente in
una giovinezza inesperta che in una vecchiezza ch'io son solito onorare, ad altra
parte della predella che il sottoscritto avrebbe comprato in Germania, e della quale
non si avrebbe oggi precisa notizia. Io smentisco amabilmente e completamente il
venerando uomo per tutto quel che mi riguarda nelle sue parole che non sia il ritro-
vamento puro e semplice da me realmente compiuto del preziosissimo quadretto, che
d'altronde anche il dott. Giorgio Gronau — il quale fu precisamente a sottopormelo come
problema, da me agevolmente risolto — aveva indipendentemente già giudicato opera
di Domenico da Venezia. Vidi appena il quadretto, in Monaco, presso l'antiquario Bòhler,
che subito lo proposi per l'acquisto al più illuminato collezionista che conti oggi l'Italia,
il quale aderì prontamente al mio invito. Presso il Conte Alessandro Contini-Bonacossi
i migliori studiosi italiani e stranieri, come il senatore Venturi, S. E. von Bode, Georg
Swarzenski, F. Mason Perkins, il Conte Carlo Gamba ed altri ancora hanno avuto agio
di ammirare il dipinto, del quale parmi si abbia pertanto abbastanza diffusa notizia, come
avrebbe potuto senza sforzo sincerarsene anche il Chiappelli in luogo di produrne novelle
storicamente così inesatte.

Ed io mi riservava la pubblicazione di quel pezzo rarissimo con altri scelti di quella
che è senza contrasto la più importante raccolta privata formatasi in Italia dopo il '70;
nò sarebbe certo servito il curioso referto di Alessandro Chiappelli a farmi uscire da
quella riserva; ma poiché recentemente Adolfo Venturi ha avuta la buona sorte di sco-
prire un'altra parte del gradino per la pala di Firenze e mi prega di accompagnarne la
illustrazione con quella della tavoletta sorella, mi arrendo di buon grado al desiderio
dell'amico illustre.

* * *

La tavoletta della Collezione Contini-Bonacossi, di dimensioni poco differenti da
quella già nota del Museo di Berlino, ci presenta, com'era facile prevedere, un episodio
saliente della vita di un altro dei santi che appaiono nella grande pala: San Francesco,
nel momento delle sue stimmate (fig. 1).

Nulla che possa meglio indicare lo squisito intelletto di Domenico da Venezia che
questa sua. trattazione di un soggetto che pareva almeno iconograficamente essere stato
fissato da Giotto in una forma così perspicua che, non dico il solo Trecento, ma neppure
il Quattrocento — salvo la goffa trovata del Ghirlandaio a Santa Trinità— pensò di poter
abbandonare in cerca di meglio. Gentile da Fabriano, ad esempio, pochi anni prima di
Domenico Veneziano non aveva preteso di aggiungere al telajo scenico giottesco che
degli effetti di lume più diviso, con intenzioni quasi simili a un Seurat di quei giorni; il
.Sassetta poco più tardi non s'era pensato che di estasiare e maceiare alquanto più il Santo
sul sasso aguzzo della Verna; e, che dico, persino due secoli, o poco meno, dopo Giotto,
grandi e mediocri, Macrino d'Alba nella bella tavola di Torino, o il Foppa nel fine di grigi
scomparto di Brera, o Francesco Morone a Verona, o Benedetto da Majano nel pulpito di
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