L' arte: rivista di storia dell'arte medievale e moderna — 8.1905

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MISCELLANEA

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una distesa ed una abbassata, secondo la maniera bi-
zantina. Doveva fargli riscontro un altro angiolo pian-
gente, del quale restano appena le tracce. A piedi
della croce, si vede poi la Maddalena con manto rosso
listato d’oro, ginocchioni, in atto di baciare le misere
carni di Cristo. Dietro la scena si stende un muro verde
con segni di bifore e di timpani triangolari.

Nella metà inferiore di quest’ala del dittico, si vede
San Francesco (S. FRANCISC[us] ), davanti a uno
speco, con un ginocchio a terra, le mani aperte che
ricevono, al pari de’ piedi, i raggi che dardeggiano da
Cristo coperto, come un tetramorfo, d’ali dalle grosse
penne. Dietro il Santo, s’innalzano rupi violette tagliate
tra vernalmente nella vetta, disposte a strati; di qua e
di là dal monticello, due case dai tetti rossi, con pa-
reti violette come le rocce; dietro una di esse spunta
un cipresso. Davanti a San Francesco, un altr’albero
dal tronco lumeggiato d’ oro, con la chioma a rno’
di due grandi foglie di palma, e i rami aurei. E a
destra San Ludovico di Tolosa (S LODOVIC[us])
con mitra gemmata, con piviale azzurro, sparso di
gigli d’oro, roseo nel risvolto, con tunica francescana,
con pastorale dal bastone a tratti neri e bianchi al-
ternati.

Le teste delle figure hanno ampia la volta del cranio,
quella del Bambino con la nuca sviluppatissima, come
nel quadro attribuito a Cimabue in Santa Maria No-
vella; i volti prendon la forma di cono rovesciato, e
sembrano manchevoli se girati di tre quarti. Due rughe
nella fronte sembrati segnare seconde sopracciglia, le
orecchie sono tracciate come da un filo; i capelli sono
castani ne’ santi e nel Bambino, alti come parucche;
le carni sono abbronzate e vivide. Ma la grandiosità
del tipo della Vergine, pieno di dolcezza, negli occhi
dalla bianca sclerotica e dalle pupille azzurre, che sor-
passa per bellezza ogni altro tipo della Vergine al prin-
cipio del Trecento; la vivacità del fanciullo divino; la
scena familiare che si determina in una forma, inso-
lita sino al Trecento, con quel cardellino che presto
diverrà un grazioso motivo di rappresentazione del
divin Bambino, non più piccolo dominatore, non più
re dei cieli, ma coi vezzi dell’infanzia, con la ingenuità,
con la vivacità della sua fresca natura.

Ma a chi appartiene questo singolare dittico, che
all’esposizione di Grottaferrata splende tra le tavolette
bizantine? Si è fatto il nome di Cimabue, ma questo mae-
stro è più arcaico, men vivo al confronto; nè sembra
convenirgli l’altro di Duccio di Boninsegna, a cui lo ha
attribuito il Richter. Due punti di riscontro possono
trovarsi nella forma della testa del Bambino, e di quella
larga di San Francesco incassata nelle spalle, con gli
affreschi della parete a destra nella basilica superiore
di San Francesco d'Assisi. In quegli affreschi Giotto
ebbe dei collaboratori ignoti sin qui. Si è fatto il nome
di Cimabue stesso, ma se alcuna delle istorie di San
Francesco gli appartenessero, converrebbe non attri-

buirgli più gli altri grandiosissimi affreschi nella crociera
della basilica superiore.

Là in quelle istorie lavorarono i seguaci di Cimabue,
e ad uno di essi appartiene il dittico prezioso. E il
trovarsi raffigurato San Ludovico di Angiò, che fu del-
l’ordine francescano, San Francesco medesimo, e San
Lorenzo, ch’ebbe culto particolare in Perugia, ci fa
ritenere che il dittico fosse eseguito nell’ Umbria, in
tempo prossimo alla esecuzione degli affreschi delle
zone inferiori nella navata della basilica superiore di
Assisi. Nulla di più importante poteva esser messo al
confronto de’ bizantini che meglio chiarisse i caratteri
dell’arte nostra, la sua vitalità all’inizio dell’era mo-
derna, la sua nuova potenza. Maria piena di grazia
volge il capo amoroso, Cristo sulla croce china la testa
profondamente triste velata dall’ombra della morte. Il
sentimento cristiano aveva trovato la sua via tra le
forme diffuse da Cimabue, e nell’amore e nella pietà
cercava la sua intima e moderna bellezza.

A. Venturi.

Un bassorilievo di Michele Marini. — Nella sala
del Consiglio superiore della pubblica istruzione, ad
ornamento di un ampio camino, è collocato un fregio
marmoreo istoriato con i tre bassorilievi che oggi per
la prima volta segnaliamo alla considerazione degli
studiosi.

La lunghezza totale del fregio è di m. 1,91, l’al-
tezza, compreso lo zoccolo e il coronamento, di mm. 420;
tutta la superficie è divisa in cinque compartimenti,
separati fra loro da piccole cornici modinate. I due
riquadri estremi contengono uno stemma interzato in-
cappato, alla stella di otto raggi, e misurano mm. 230
di larghezza per mm. 210 di altezza; i tre rettangoli
istoriati, a cominciare da quello di sinistra, sono ri-
spettivamente larghi mm. 450, mm. 420 e mm. 460; l’al-
tezza è per tutti uguale a quella dei compartimenti
contenenti lo stemma.

Nel bassorilievo di destra è rappresentato San Se-
bastiano dinanzi al tribuno. Il santo ha nella mano
destra due freccie, simbolo del suo martirio, e il tri-
buno ha la fronte cinta dalla corona come un antico
imperatore. Nel bassorilievo centrale si vede Cristo
seduto sul sepolcro e fiancheggiato da due angeli; in
quello di sinistra è figurata la scena della Flagellazione,
alla quale assistono quattro guerrieri armati.

Lo stile di queste sculture è semplice e squisita-
mente poetico. Con pochi piani l’artista ha ottenuto
un abile ed efficace giuoco di chiaroscuro, onde le
figure acquistano un sufficiente rilievo e una simpa-
tica varietà di atteggiamenti. Le forme sono esili e
tondeggianti., direi quasi affusolate; le braccia magre
più del vero; i piedi esageratamente lunghi.

Nella composizione delle diverse scene lo scultore
mostra il suo vivo desiderio di raggiungere l’equilibrio
e la simmetria formale fra le varie parti. Nella presen-

L‘Arte. Vili, 26.
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