L' arte: rivista di storia dell'arte medievale e moderna — 25.1922

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PIETRO ARETINO E MICHELANGELO

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K noto che il Rinascimento non prenderebbe quasi luogo in una storia dell'Este-
tica, se non per alcuni tardi commentatori di Aristotele, isolati e non compresi, che primi
tentarono le soglie della moderna indagine. Il pensiero antico, sia esso la teoria mistico-
plotiniana dell'arte, sia la più comune teoria pedagogica, ricavata dal malcompreso Ari-
stotele, domina il Rinascimento.

Ma tutte queste teorie rimasero completamente estranee alla realtà psicologica del
popolo e degli artisti, anche quando, come in Michelangelo, vi si soprapposcro.

Di tale Realtà psicologica è invece araldo Pietro Aretino, in lizza contro tutti i
pedanti.

L'Arte è per lui « una nativa considerazione dell'cccellenzie della natura, la quale
se ne vien con noi dalle fasce»1 e «quella poi che s'impara è bene arte ma inlegittima...
con ciò sia che il bel giudizio è figliolo della natura».2 Ora questo giudizio è attitudine
innata, cioè pel Nostro: natura; l'arte sua è l'artificio retorico e pedantesco. E in nome della
prima egli non risparmia lazzi e apostrofi e invettive ai pedagoghi e agli imitatori, a
meno che non lo spaventino i grossi nomi del Bembo del Molza e d'altri.

Non per questo il giovine deve fare a meno d'imitare le opere dei grandi; anzi solo
così acquisterà sè stesso; ma se egli ha una personalità vera, si disfarà dell'imparato
ed esprimerà solamente quella, non più con tortura, ma con gioia, perchè «la poesia è un
ghiribizzo della natura nelle sue allegrezze, il qual si sta nel furor proprio

Ora è breve il passo, come è facile notare, fra questo «giudizio» e l'intuizione pura.
E certo è che nessun cinquecentista s'avvicinò tanto al nostro pensiero, banditore del
più libero individualismo. Dove invece egli ne diverge è quando, con tutti i coevi, con-
cepisce come fine dell'arte l'imitazione della Natura: « la pittura è una natura che tace
e la poesia una natura che favella »4 —

Però questa che sempre è apparsa una deficienza critica dei nostri artisti, intesa
psicologicamente è una delle più certe caratteristiche dell'arte italiana, se non dell'arte
intera.

Poiché l'individuo artista della razza nostra, più tosto che investire della sua passione
una figura drammatica o di sfogare il cuor suo, chiuso nello spasimo, in un lungo mo-
nologo, cerca sempre la natura, intesa sia pure come paesaggio, (piale materia da pla-
smare col proprio spirito, animandola col sentimento; e da questo connubio di natura
e spirito nasce il misticismo naturale dei nostri poeti da San Francesco a D'Annunzio,
come nasce quello stato di consolazione lirica che è loro caratteristica e che potrebbe
definirsi come beatificazione contemplativa, come tranquillizzamento interiore per mezzo
della musica, risolvendosi non già nell'urto e nello soppio drammatico, ma in una lirica
ariosità serena.

* * *

Arte, vedemmo, essenzialmente figurativa; spirito critico, aggiungeremo, che le si
adatta in modo maraviglioso: l'una e l'altro ci spiegano come in coscienza egli potesse
dirsi e sentirsi fratello di Tiziano e di Sansovino, e come ancor oggi egli sia, sopra il
Vasari e sopra il Castiglione, sopra il Bembo e il Giovio e il Barbaro e tutti gli amatori
d'arte contemporanea, l'unico che con una certa chiarezza critica risolva in sè lo spirito
di quella. Anche ciò è ben naturale.

Si ripensi a quella sua ricca natura sensitiva della più immediata realtà materiale
e umana propriamente pittoresca; si ripensi ch'egli è popolo, privo di tradizione classica
e scolastica, senza uè greco nè latino, e apparirà chiaro come il suo gusto non ha potuto
educarsi che su modelli plastici e nella diretta visione della vita.

1 Lettere, IV, CCCLXVII, Patini. 3 Lettere, I, CI.VII, Laterza.

* Lettere, IV, CCXXÌII, Parigi. * Lettere, V, DLXXI, Parigi.

L'Arte. XXV, 3.
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