L' arte: rivista di storia dell'arte medievale e moderna — 25.1922

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VITTORIO MOSCHINI

rappresentati. Certo può sembrare un po' troppo limitata la rappresentanza dei Bolo-
gnesi, dei quali nessuno può negare l'importanza, specialmente storica. Certo vi fan troppo
cattiva figura il Preti (in parte anche per sua colpa) ed il Solimena. Tiepolo è troppo
poco rappresentato. Anche Batoni avrebbe potuto comparir meglio..., ecc., ecc. Ma
bisogna considerare che delle esclusioni erano necessarie, anche per ragioni pratichi'.
Così non si poteva certo far mostra di tutta la corrente decorativa e scenografica con
base particolarmente coloristica. Vuol dire che chi vorrà si rivedrà i soffitti della Pala-
tina e di palazzo Riccardi o, se crederà meglio, farà una corsa a Roma ed a Napoli.

Parlare a fondo della mostra fiorentina significherebbe scrivere un grosso volume
su tutto il Sei-Settecento, e non solo pittorico. Prendiamo qui nota, senza pretese di un
vero esame critico, di alcune personalità e di alcuni aspetti dell'arte del tempo che
questa mostra ci rivela.

Stupefacentemente palese la grandezza di Caravaggio. Non si tratta più di accen-
trare in lui tutto (pianto v'c di vitale nel Seicento, anzi, sotto molti aspetti, egli quasi
non può dirsi un secentista, ma il suo valore è sempre maggiore, la sua opera è davvero
immensa. Quel grandioso realizzamento di classicità contemporanea, di idealità, per
così dire, verista, che egli espresse nelle sue opere, viste con senso pittorico tutto nuovo,
costrutte con ampiezza incomparabile, con rigore essenziale, è di tale importanza che
è un tormento dirne en passarti. Naturalmente molte attribuzioni anche qui cadono,
talune anche in modo clamoroso. Si rivelano finalmente in tutta la loro grandezza i
quadri di S. Luigi dei Francesi e di S. Maria del Popolo (saranno rimessi nell'oscurità?).

Tra i caravaggeschi appare, finora del tutto ignoto, il Serodine con un bel quadro
assai vivo di senso plastico e che conferma l'esistenza nello stesso ambiente caravag-
gesco di tendenze che vanno al di là dello stesso Caravaggio.

Assai da rivedere le attribuzioni dei Gentileschi, con pericolo di vederli aumen-
tare di numero. Possenti, inutile dirlo, le opere del Borgianni.

Molto rappresentati il Feti e lo Strozzi, l'importanza dei quali ha qui ima nuova
conferma.

Bello il quadro del Carneo, una delle scoperte che può far fare questa mostra.

Vera rivelazione il Lys, con opere quali la « Visione di San Girolamo », « Giobbe
e gli amici », la « Toeletta di Venere ». Appare davvero l'importanza attribuitagli dalla
recente critica, il suo significato di fronte a Piazzetta.

Con ottime opere la scuola lombarda (veramente una delle più importanti): del
Procaccini e del Cerano, di Daniele Crespi e del Morazzone.

Assai notevole il Mastelletta che ci si presenta in persona con un superbo autoritratto.

Da studiare a fondo lo Schedoni che ha in talune opere una forza di stile impres-
sionante, e che sarebbe forse da porre in relazione col Caravaggio della prima maniera,
non certo per vederne un derivato.

Assai interessanti le opere date al Mola, artista ineguale, che ancora non è stato
studiato come meriterebbe.

Riceve una conferma l'importanza fondamentale dello Stanzioni, che veramente
trionfa con la notissima « Pietà » di San Martino. Anzi chi sa se non occorra andar
cauti nell'attribuire a Cavallino alcune sue opere che più precorrono l'arte di quest'ultimo?
Anche cpii occorre forse tener conto del carattere, per così dire, dinamico di tante
personalità del Seicento. Si potrà anche fare altrimenti purché si abbia coscienza di
costruire delle personalità non storiche ma bensì ideali, cosa del resto che avrebbe
molto senso.

Stupenda la sala di Cavallino, le cui opere dànno un'immagine profonda di un
improvviso mondo di melanconica fiaba, ora tra luci repentine che generano uno scop-
piettio di bagliori su fondi notturni, ora in atmosfere chiare di magici regni colorati
tra fasti deliziosi di rasi e di velluti, con luci proiettate alla caravaggesca.
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