L' arte: rivista di storia dell'arte medievale e moderna — 8.1905

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PIETRO TORSO A

In altri fogli del codice, di vario contenuto, giova soprattutto osservare le figure, più
volte ripetute, di leopardi incatenati, le quali potrebbero corrispondere alla nota impresa
araldica di Giovan Galeazzo Visconti,1 e, a carte 19 recto, lo studio di un velo annodato,
che riteniamo possa riferirsi all’ impresa del « capitergium cum gassa » assunta da Gian
Galeazzo forse quando fu coronato duca (1395).2

Riassumendo. Crediamo che i disegni del codice di Bergamo sieno opera di Giovannino
de’ Grassi e perciò anteriori al 1398. Anche prescindendo dalle imprese araldiche, di dubbia
interpretazione, la foggia di vestire delle figure ritratte nei disegni concorre a dimostrare che
questi risalgono alla fine del Trecento, poiché è identica a quella in uso nella Corte di Gian
Galeazzo ed assai diversa dalle mode, più bizzarre e più fastose, del principio del Quattro-
cento. L’attribuzione a Giovannino de’ Grassi ci è indicata da una nota la quale, se pure non
sia autografa del maestro, rimonta ad ogni modo allo scorcio del xiv secolo, o, almeno, ai
primi anni del secolo seguente : essa è confermata dalla tecnica del colorire usata in taluni
disegni e propria di miniatore (quale fu anche Giovannino de’ Grassi), dall’alfabeto miniato
(e sappiamo che l’artista attese a miniare iniziali), dalla influenza dell’arte settentrionale,
manifesta specialmente nell’alfabeto stesso, che il maestro dovette subire nell’ambiente arti-
stico di Milano; alla quale città ci richiamano pur anco la bizzarra figura dell’« homo salva-
ticus », che si ritrova più volte così fra le sculture della Cattedrale come fra i disegni di
Bergamo, e le strane composizioni delle iniziali.

* * *

Nello svolgersi della pittura lombarda, tra il xiy ed il xv secolo, l’arte di Giovannino
de’ Grassi rappresenta uno stadio anteriore a quella di Michelino da Besozzo; e non soltanto
cronologicamente.3 Giovannino de’Grassi si riavvicina anch’egli per qualche lineamento
agli artisti veronesi, ma ciò è dovuto piuttosto alle tendenze artistiche diffuse dovunque
nell’Italia superiore che ad una derivazione dalla Scuola di Verona, alla quale sarebbe
assurdo attribuire la peculiarità del riprodurre i costumi e le fogge signorili del tempo.4
Al paro dei maestri veronesi, Giovannino de’ Grassi possiede un senso fine ed oggettivo
nel cogliere l’esteriorità delle cose, e specialmente degli animali, ma i suoi disegni, anteriori
al 1398, non possono certamente attribuirsi all’influenza dei grandi animalisti di Verona, del
Pisanello, di Stefano da Zevio, fioriti sul principio del secolo xv : non vogliamo indicare
l’artista lombardo quale un precursore dei veronesi, poiché lo sviluppo dell’arte sulla fine
del Trecento è ancor poco chiarito, ma precursore egli fu del lombardo Michelino da Besozzo,
cotanto celebrato in disegnare animali.

Il trapasso fra l’arte di Giovannino de’ Grassi e quella di Michelino da Besozzo si potrà
ritrovare soltanto nei documenti che ci furono conservati più numerosi, nei manoscritti mi-
niati ; e siamo certi che quando tutti i codici già radunati dai Visconti nel loro castello di
Pavia, ed ora dispersi, saranno stati studiati con ogni diligenza, la figura di Michelino de’
Mulinari apparirà con maggiore interezza che non attraverso l’unica opera del maestro sinora
rintracciata.5

Ciò che più distingue fra di loro i due maestri lombardi è la diversa natura dell’ influenza
su di essi avuta dell’arte del Nord. In Giovannino de’ Grassi essa si rivela soprattutto nelle
bizzarre composizioni delle iniziali dell’alfabeto miniato ma lascia quasi intatti i disegni di
figura che nella sobrietà delle forme (l’esuberanza del panneggio in alcuna parte è universal-

1 Cfr. Beltrami, op. cit., tav. vnr.

2 L. Beltrami, Il Castello di Milano, Milano, 1899,

pag. 717.

5 Soltanto sei anni dopo la morte di Giovannino la

Fabbrica deliberò di chiamare Michelino de’ Mulinari

la cui fama era salita in alto (a. 1404).

Cfr. Bariola, op. cit., pag. 368.

5 Fra i codici lombardi più degni di studio cito il
Plinio della Biblioteca Ambrosiana (E, 24 inf.) miniato
da fra’ Pietro da Pavia, nel 1389.
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