L' arte: rivista di storia dell'arte medievale e moderna — 8.1905

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LUIGI SERRA

minga e con caratteri del primo Cinquecento, posta dietro l’aitar maggiore della piccola
chiesa della Croce. Nella parte centrale di questa tavola è figurata la Discesa dalla Croce,
nella lunetta Gesù al Limbo e nella predella nove storie del Nuovo Testamento. Le figure
son quasi sempre eccessivamente lunghe, magre e senza scheletro, le teste sono grandi e
allungate, gli uomini hanno i volti a mo’ di maschere, le donne grasse e quadrate; le carni
son livide, le palpebre spesse, le mani tozze, le pieghe delle vesti appena accennate, il pae-
saggio è verdastro. L’esecuzione si rivela sempre incerta e deficiente, i colori son piatti e
stridenti. Solo qualche viso è riuscito e qualche nota di colore vibra (per es. il verde del
manto della Vergine). Anche nella predella e nella lunetta le scene son troppo affollate; e
permangono in genere gli stessi difetti, benché le tinte siano meno torbide e le figure meno
sproporzionate. Era attribuito allo Zingaro. Nel centro è una sigla che si potrebbe inter-
petrare I. R.

Della stessa mano e dello stesso tempo ci è parsa una piccola tavola posta nel Cap-
pellone del Crocefisso a San Domenico Maggiore, rappresentante anch’essa la Discesa dalla
Croce e attribuita similmente allo Zingaro. Le figure anche qui son troppo magre e senza
scheletro e il segno è debole e stentato, ma i colori son trattati meno poveramente, le figure
mostrano spesso maggiore studio della vita. L’affinità col quadro del Ripanda nella chiesa della
Croce si tradisce non solo nell’identità dei tipo, ma anche nell’eccessivo allungamento delle
forme, nelle palpebre spesse, nelle pieghe leggere delle vesti, nel paesaggio ferrigno, nelle
carni affumicate, livide, nelle figure impacciate addossate una sull’ altra, dalle teste com-
presse e dalle fronti basse. Ricorda anche sulle generali il San Vincenzo Ferrei’ e il maestro
delle undici tavole.

Diverse altre opere si possono ricollegare a quelle già notate, perchè mostrano chiara-
mente l’influenza dell’arte fiamminga. Fra esse notevole è XAdorazione dei Magi nella, prima
cappella a sinistra in San Domenico. Le figure sono piene, hanno grandi occhi e carnagione
scura ; le vesti son mosse da pieghe marcate e irraggianti ; il Bambino ha la scatola cranica
assai sviluppata. I colori delle vesti e delle carni sono ricoperti da una velatura di oro scuro.

Più scadenti sono alcune tavole non ancora ordinate nel Museo, fra cui notiamo quella
divisa in due, che ha nella parte superiore San Michele in atto di uccidere il demonio e
San Giorgio che uccide il drago nella inferiore Cristo con una pecorella — e l’altra che
ha in basso la Vergine col Bambino e in alto la Crocifissione.

Come si è già notato, un’altra influenza importante ha subito la pittura napoletana del-
l’alto Rinascimento, l’umbra, che s’intreccia quasi sempre con la fiamminga. La presenza
in Napoli di due opere di schietta provenienza umbra, quali l'Assunta del Museo e la pala
della cappella Seripandi al Duomo, anche se non sono in tutto lavoro — come crediamo —
nè del Pinturicchio, nè del Perugino,1 cui vengono attribuite, chiariscono meglio il fenomeno.
Così che non c’è bisogno di sostenere, come ha fatto il Guerra,2 che i pochi avanzi di affreschi
della cappella Tolosa in Sant’Anna dei Lombardi siano opera del Pinturicchio; essi, invece, ap-
partengono a un debole e tardo cinquecentista napoletano, sotto l’influsso della scuola umbra.

Il gruppo più importante di opere napoletane sotto l’influenza umbro-fiamminga è costi-
tuito da tre tavole, due delle quali rappresentanti la Morte di Maria. Una, grandissima,
vilmente ripassata, trovasi dietro l’altar maggiore di Donnaregina. Le figure hanno visi tondi
e grassi, fronti enormi, gli occhi piuttosto lunghi, le guance come di cartone, il naso sot-
tile, la bocca infantile, piccola e tumida, i capelli a masse, le mani esili. C’ è qualche volto
fresco e qualche sguardo vivo, ma l’azione è slegata, le figure pigiate e di debole espres-
sione, il segno non sempre corretto e mai elegante. Migliori sono i santi degli sportelli late-
rali, fra i quali è notevole San Ludovico di Tolosa col piviale consparso di gigli d’oro.

1 II Vasari, ed. Milanesi, III, pag. 500 e 578, parla 2 De dipìnti... nella cappella... Tolosa, Napoli, 1865,

di esse come esistenti nelle chiese ove ora si trovano pag. 8.
e fatte per esse.
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