L' arte: rivista di storia dell'arte medievale e moderna — 24.1921

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MARK) LABÒ

sua parte di palazzo, c si trovò così a possederlo
intero.1 Di lui è detto che vi fece de' proprj de-
nari... grandiosi accrescimenti e miglioramenti. 2
Fra l'altro, sappiamo che costrusse la Casa Rossa
annessa al palazzo, e ad esso congiunta mediante
un'arcata che scavalca il vicolo Brignole. 3 Pe-
dissequamente, essa ripete le forme di Palazzo
Rosso.

Ora, la lunga scala a chiocciola cui accennammo
aveva essenzialmente l'ufficio di garantire l'in-
dipendenza reciproca delle due abitazioni in cui
Palazzo Rosso era diviso in origine. Soppressa
questa divisione, la scala diveniva inutile; e poiché
essa era una vera deformità della facciata, sembra
naturale che non si sia tardato a distruggerla.
Ma se ciò può essere avvenuto anche dopo la morte
di Gio. Francesco, certo al tempo suo va invece
ascritta la formazione della Galleria o per 1" meno
la sua decorazione. Il Ratti 4 ci racconta che
Paolo Girolamo Piola vi dipinse il Tempio di Diana
(associandosi per le prospettive il Viviani secondo
che dice altrove) innanzi di intraprendere il viaggio
a Roma che compì a ventitre anni. Essendo egli
nato nel 1O66, queste pitture non sono posteriori
al i68y; e d'altronde, per l'età dell'autore, non
sembra probabile che sieno anteriori al 1683. Esse
cadono quindi nel tempo in cui il palazzo era pos-
seduto da Gio. Francesco.

Gli affreschi sono mediocri: e se l'Ecc.mo Gio.
Francesco Brignole Sale era padrone di chiudere
la loggia per ripararsi come meglio credeva dalle
intemperie e dai venti in tutto l'ordine delle sue

1 Da lui esso passò tuttora indiviso al suo unico figlio
Anton Giulio; ma alla morte di questi avrebbe dovuto es-
sere nuovamente diviso fra i suoi due primogeniti; poiché
il fondamento del fidecommesso di cui Palazzo Rosso rap-
presentava l'asse principale, era la protezione di due pri-
mogeniture in parti identiche secondo l'uso del patriziato
genovese. Se non che la moglie di Gio. Francesco, Maria
di Giuseppe Durazzo, volle modificare le condizioni fide-
commessarie della famiglia Brignole, in modo che Palazzo
Rosso venisse attribuito ad una sola delle due primogeni-
ture e rimanesse pertanto in perpetuo indivisibile. All'altra
primogenitura essa assegnava il palazzo che fu poi, ed è
detto tuttora, Palazzo Bianco (cfr. suo testamento del 28
die. 1714, in Atti di Giac. Maria Cappello).

2 Cfr. Risposta alia scrittura pubblicata dal m.co Giuseppe
Maria Brignole circa il possesso del palazzo Brignole di
Strada Nuova, Genova, per il Casamara, 1703, p. 9.

5 V, suo testamento del o settembre 1684 in Atti del
Not. Giuseppe Celesia, Arch. di Stato.

4 Vite, ecc. di Raffaello Soprani... rivedute, accresciute ed
arricchite di note da Carlo Gius. Ratti, Genova, nella Stam-
peria Casamara, 1768-69, II, 184.

stanze, non v'ha dubbio che quella interruzione
piena di luce doveva essere incantevole; e le pit-
ture certo non la valgono.

Ma fuori delle variazioni che abbiano esposte,
invero di poco momento Palazzo Rosso ci è giunto
intatto quale è stato costruito. Persino gli abbaini
con loro scalette e passaggi, son tuttora tali e
(piali veggonsi disegnati nella prima delle nove
piante infilzate dal notaro Giuseppe Celesia fra i
suoi rogiti. Le nicchie ai ripiani delle scale, poi or
nate con busti policromi di imperatori, apparten-
gono a Pietro Antonio Corradi. La facciata e i sa-
loni, il cortile e le scale serbano l'impronta schietta
del loro autore.

E non solamente i muri sono il prodotto armo-
nico di un solo atto creatore; ma anche le loro deco-
razioni interne più belle seguirono subito; in modo
che il piano ed il compimento ed il perfezionamento
dell'opera rispecchiano uno stess ) momento sto-
rico. Dico gli affreschi magnifici delle sale della
Pinacoteca. Infatti, nel 1697 morì il Carlone, au-
tore del soffitto delle Parche; nel 1702, e già tor-
nato a Bologna, morì Arrigo Haffner che aveva
collaborato col fratello Antonio alle prospettive
dipinte nei soffitti principali. Di più il Ratti ci ri-
ferisce1 che Gregorio Deferrari interruppe le pit-
ture a fresco che andava conducendo nel palazzo,
quando Genova si ebbe il bombardamento fran-
cese, che fu nel 1684.

I documenti che abbiamo rintracciati, ponendoci
sulla strada del vero, ci mostrano come la costru-
zione e la decorazione di Palazzo Rosso sieno con-
temporanee; e ci presentano in questo edificio
un integro intatto saggio dell'arte genovese del
'600, della quale avevamo già riconosciute nella
sua architettura tutte le caratteristiche.

E il caso è ben raro. Le difficoltà più gravi
che incontra chi studia l'architettura genovese
derivano da questo: che i palazzi del patriziato,
o per successioni ereditarie o per vendite, passa-
rono frequentemente da una famiglia ad un'altra
La gelosia della sede non faceva parte degli ob-
blighi della nobiltà. E quasi tutti i passaggi sono
contrassegnati da mutamenti profondi ora in-
terni ora esterni. Per cui, i documenti che par-
lano della fondazione e della costruzione primitiva
hanno spesso un valore meramente storico; non
hanno alcuna attinenza con l'architettura che è
giunta sino a noi. Onde, chi non conosce bene la
successione dei proprietarii degli edifìcii, talvolta
non riesce a legger chiaro nella loro compagine,
dove talora parecchi strati si sovrappongono ac-
cumulando gli enigmi e le insidie.

1 Vite, ecc.; 2* ed., II, 114-
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