L' arte: rivista di storia dell'arte medievale e moderna — 24.1921

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Un'opera di Duccio di Boninsegna a Copenaghen
e una di Simone Martini a Vienna

Tra i pochi od alti esemplari dell'arte italiana, che adornano i musei di Cope-
naghen, il Duecento è rappresentato con una rara tavola, ascritta, nella gìiptoteca della
capitale danese, alla scuola di Duccio di Boninsegna (tìg. i), mentre è opera indubbia
del grande caposcuola senese, purtroppo molto guasta da scrostature, che lasciano tra-
sparire la preparazione verde. Basti osservare, per convincersene, la sottile armonia del
contorno aureo che circoscrive il manto ripiegato della Vergine, avvolgente la figura
del Bimbo come entro una lenta guaina.

(ìrande, nella sua austera maestà, la composizione del gruppo; grande la posa del
Bimbo, che siede sulle braccia di Maria come sopra un trono, poggiando un braccio pie-
gato con forza imperiosa sulla spalla materna, fissando con i bruni occhi a mandorla
il popolo adorante. Da quegli occhi, e dai lineamenti stampati ancora sulla con-
venzione bizantina, dalla fermezza dell'atteggiamento, si sprigiona un'energia volon-
taria, un raggio di vita, nuovo a quell'arte, come l'afforzato rilievo dei volti. Simone Mar-
tini reclinerà dolcemente le teste delle sue Vergini bionde, dei suoi putti regali am-
mantati d'oro, mentre impassibili rimangono, nella loro ieratica grandezza, la Vergine di
Duccio, con lineamenti aquilini e rigidi, contornati da curve pronunciate e dure, il
Bambino eretto, ardito, imperioso. Bisanzio ancor domina in questa altiera regalità del
gruppo divino, che Simone adornerà di grazie benigne. E da Bisanzio hanno origine1 le
complesse mirabili intrecciature di nastri d'oro nell'aureola della Vergine, le ombre
intense dei volti, le sottili filiformi pieghe della veste, che morbidamente vela il corpo
del fanciullo con la delicata armonia del suo colore, dove il bianco dell'avorio si mescola
a un tenero acqueo azzurrino. E se l'opera di Duccio è evidente nel gruppo della Ma-
donna col Figlio, essa rimane intatta negli angeli che, appoggiati alla cornice centinata
dell'ancona, sogguardano alla Divinità, intenti e severi com'essa, simmetricamente flet-
tendo le ali bipartite azzurre e violette, in armonia di curve alla cornice rilevata dell'arco,
quasi segnando coi propri contorni l'inizio d'un timpano ogivale. I due nobilissimi angeli,
avvolti in Stoffe rosse e rosa violaceo, adorni di grandi stole gemmate e di chiome attorte
a spira e cadenti in ricche volute a disegnar l'ovato orientale dei volti, si rivedono in fastose
schiere ieratiche formar coi San+i ala al trono di Maria, nella Maestà di Siena. Superba
per severità di aduste forme, raffinata nella composizione dei colori, l'anconetta di
Copenaghen è certo opera del grande che, mentre Firenze si preparava ad ascoltare il
verbo nuovo di Giotto, ridiede vita al disseccato fiore dell'arte bizantina, ed affidò a Siena
il tesoro di armonie lineari racchiuso nella morente pittura di Bisanzio.

All'opera di Duccio facciamo seguire una preziosa tavoletta (fig. 2), frammento d'ancona
del suo seguace maggiore, Simone Martini, raffigurante, su fondo d'oro. Santa Caterina,
non Santa Giuliana, come vagamente indica Raimund van Marie, che, in una nota di
opere di Lippo Menimi, a lui in parte sconosciute, cita « une figure de S.te Julienne
dans la collection du Prince Liechtenstein dans son chàteau près de Vienne ».*

1 Raimund van Marle, Simone Martini et Ics les Pays et de tontes les époques «. Strassburg,
pcintres de son ccole, in « Etudes sur l'art de tous Ed. J. H. Heitz, a pag. ili.
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