L' arte: rivista di storia dell'arte medievale e moderna — 24.1921

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MARIO SALMI

condotte frettolosamente, con luci bianche fili-
formi nelle vesti ancora piegate alla bizantina,
ma con una certa disinvolta sicurezza, assomi-
gliano agli apostoli che portano le croci di consa-
crazione, nella chiesa di S. Bevignate, apostoli
che pure hanno analogia di forme e di arte,1 coi
dipinti di S. Giuliana.

La chiesa di S. Matteo, sebbene cominciata
nel 1277, non era ancor finita di fabbricare nel
1298, giacché il capitano ed i consoli deliberano che
ai frati armeni ivi abitanti, sia fatta per quell'anno
e pei tre successivi, l'elemosina « ut ad perfectio-
nem dieta ecclesia perducatur ».2 Date le saccolte
proporzioni dell'edificio, non è da supporre che
fosse decorato nella parete di fondo, innanzi il suo
compimento; gli affreschi quindi appartengono
ai primissimi anni del sec. xiv se non dall'ultimo
del sec. XIII.

Veniamo così a datare in modo approssimativo,
anche gli affreschi di S. Giuliana e gli apostoli
di S. Bevignate. E accanto all'opera di Pietro
Cavallini e della sua scuola di cui un ottimo saggio
ci è offerto dagli affreschi nella sala dei Notari e
dalla crocetta della Pinacoteca, riusciamo a com-
porre un gruppo di pitture perugine che accenna
all'influsso di Cimabue. E il gruppo è opera quasi
con sicurezza, di maestri locali, poiché sappiamo
che sin dal 1286 i pittori erano costituiti in cor-
porazione e che sul finire del Duecento e sui
primi del Trecento, fiorivano numerosi nella città.'

* * *

Meo di Guido da Siena, è bene rappresentato a
Perugia: un'opera sua si conserva in S. Lorenzo e
nella Galleria se ne contano cinque, numero Suffi-
ciente a darci un'idea dell'arte di lui, che fu, del
resto, valutata giustamente.* Si potrebbe solo ten-
tare uno studio evolutivo delle forme del pittore
che secondo lo Zampa,5 avrebbe eseguito sino dal
1285 il grande polittico della Pinacoteca peru-

1 U. Gnoli, op. cit. Si confronti la testa del Cristo nel
VAssunzione con quella dell'Apostolo di S. Bevignat , ri-
prodotto nella fot. Alinari n. 21271.

2 A. Briganti e M. Magnini, Perugia e dintorni, Peru-
gia 1910, 64, e Bombe, op. cit., doc. 14, 287.

3 Cfr. A. Briganti, in Rassegna d'Arte Umbra, a. I,
fase. Ili, e Bombe, op. cit., doc. 1-13, 283 ssq.

4 Cfr. specialmente: I, Vavasour Elder, in Rassegna
d'Arte senese, a V. (1909), fase. Ili; C. Weigelt ibid., 101;
Weigelt, Duccio di Boninsegna, Leipzig, 1911, 181-4;
Bombe, op. cit., 35-37; E. Iacobsen, Umbrische Malerei...
Studien in der Gemàlde gale rie zu Perugia, Strasburg,
1914, 6-7.

5 R. Zampa, Illustrazione storico-artistica del monastero
di Monte/abbate, S. Maria degli Angeli, 1908, 37.

gina (n. 1), proveniente da Monte l'Abate. Ma le
notizie troppo generiche offerte da quello studioso e
l'erronea attribuzione a Meo che egli propone per
un affresco primitivo dell'abbazia di Valdiponte,
fanno sospettare intorno alla esattezza di quella
data, tanto più che le cose del Maestro giunte sino
a noi si rivelano, a cominciare dal polittico in
questione, molto più tarde; e solo dal Catasto del

10 gennaio 1319, il pittore senese risulta a Perugia
dove figura come cittadino.

Sebbene non dividiamo l'attribuzione del Wei-
gelt che dà a Meo una Madonna col Bimbo in
S. Maria Maggiore a Firenze, di carattere bizanti-
neggiante, la educazione alquanto ritardataria del
pittore è affermata dalla sua attività che mostra
l'influsso di Duccio, quale poteva sentirlo un artefice
che non ne fosse stato diretto discepolo. Non è
quindi escluso che egli possa esser figlio di Guido
Graziani, come suppone il Milanesi, e che nella
bottega paterna abbia formata la sua educazione.

Il polittico ricordato, diviso in cinque parti,
con mezze figure alle quali ne sovrastano altre
dieci (due sono scomparse) entro archi centinati,
termina in cinque cuspidi col Cristo benedicente e
cinque angeli pure a mezzo busto, che recano il
baculo gigliato. Esso è la cosa migliore di Meo,
che ci appare già costituito nelle forme che rimar-
ranno caratteristiche ai suoi personaggi rigidi e
ieratici, coi volti allungati, dagli occhi lunghi egonfi,

11 naso dritto e uniformemente percorso da luci bi
anche, dalle mani sottili e legnose che sembrano
palette. E nel freddo e livido sfumato, riconosciamo
col Venturi' un ricordo di Pietro Lorenzetti, del
quale ci sembra che l'artefice ripeta lo schema del
polittico di Arezzo e che eseguendo il manto fiorato
della Vergine ed il piviale di S. Emiliano, ne imiti il
finissimo spirito decorativo. Questa risultanza stili-
stica è sufficiente a stabilire che lo Zampa deve
essersi ingannato nell'attribuire al 1285 il nostro
polittico che deve essere invece poco posteriore al
1320. Tutte le altre opere di Meo ci sembrano ancora
più tarde, quantunque la graziosa Madonna della
Pinacoteca (n. 30) proveniente essa pure da Monte
l'Abate, e quella del trittico nel Duomo, abbiano le
vesti lumeggiate d'oro come le pitture dei primitivi
e come — pressoché solo — fece nel Trecento,
Barnaba da Modena. Forse si spiega quello strano
arcaismo, con la inspirazione che il pittore trasse
dalla Madonna di Duccio ch'era in S. Domenico e
che oggi si vede esposta nella nostra Galleria,
presso le opere di Meo. Essa è appunto, nella veste
e nel manto, tutta lumeggiata, e d'altronde ab-
biamo certezza che il pittore nostro ebbe a stu-
diarla poiché ne imitò l'atteggiamento del Bambino

1 Storia dell'Arte, V, 58.
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