L' arte: rivista di storia dell'arte medievale e moderna — 24.1921

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LE ARTI FIGURATIVE AL TEMPO DI DANTE

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feti, sibille, antichi filosofi — domina la folla, grida al vento le verità della scienza e
della fede.

A Giovanni Pisano risale un tipico monumento della nostra architettura gotica: il
Camposanto pisano. L'acuta fibra nervosa delle sue sculture si rispecchia in questa solenne
distesa di corridoi aperti per alti finestroni tripartiti da esili colonne. Le acute spor-
genze dei pilastri, degli archi slanciati, dei piccoli capitelli, i trafori a rosa, suddividono
fantasticamente, per tagli crudi, luce e ombra; due frammenti di arco incrociati si slan-
ciano al sommo delle porte ogivali, con elasticità fremente di rami di giunco trattenuti
da angustia di spazio.

Alla scuola di Nicola non appartenne solo Giovanni. Oltre il mediocre Fra' Guglielmo
da Pisa, esecutore in parte dell'arca di S. Domenico a Bologna e di un pulpito a Pistoia,
nobile diffonditore dell'arte di Nicola d'Apulia a Roma, a Perugia, a Firenze, fu Arnolfo
di Cambio, più fedele di Giovanni al Maestro, più lontano da slanci gotici, tendente
a raffinare con grazia toscana le forme di Nicola. La vita febbrile di Giovanni si arresta
nelle statuine che adornano ciborii e sepolcri di Arnolfo, piccole e preziose, con drappi
sottilmente stirati, corpi immoti, atteggiamenti fissi, astratte, pietrificate e vaghe le fisio-
nomie, muti gli occhi sporgenti, senza sguardo, delineate con rara eleganza le sottili
pieghe cartacee delle vesti, inerti le esili mani. Raffinato virtuoso del marmo, Arnolfo non
cura di trasfonder la vita nelle sue sculture, pago di tornir le marmoree superfici, di at-
tuare i volumi con la misura sottile e profonda, che affascinava Leon Battista Alberti da-
vanti al duomo fiorentino, all'arnolfiana Santa Reparata, « tempio che ha in sè grazia e
maestà e... una gracilità vezzosa con una sodezza robusta e piena ».

La scultura dunque, nell'età di Dante, aveva raggiunta sublime altezza in Toscana
come le arti sorelle: il genio etrusco eterna le immagini dantesche come i marmi di
Giovanni Pisano.

* * *

Nella pittura, Roma, sogno delle menti, innalza con Pietro Cavallini, contemporaneo
di Dante, il gonfalone dell'arte nuova. Prima tra le città, prima di Fiorenza, italica Atene,
l'Urbe serbò il lievito di vita nazionale, la forza dominatrice uscita dalle tradizioni intan-
gibili, dalla classicità sempreverde. All'avvicinarsi dell'età moderna, del Trecento tu-
multuoso, Roma assume, nell'arte, egemonia; trova in sè il banditore del nuovo verbo,
l'ispiratore del genio di Giotto.

Pietro Cavallini, massimo rappresentante della sacerdotale pittura romana nel
secolo xiii, fa della luce penetrante nelle chiese l'anima del colore ed ottiene il rilievo
della forma sfumandone i piani dalla luce all'ombra. Nelle pitture di Santa Cecilia
a Roma, Cristo, gli Apostoli, la Vergine vestono romane forme; i bianchi vividi sulle
ombre bruciate danno al rilievo potenza nuova, i lineamenti son robusti e squadrati,
gli occhi grandi turgidi traggon baleni dal contrasto tra nero e bianco. La luce del
giorno, il sole calante dall'alto delle pareti, gradua i rosa serici delle ali dall'argento
alla porpora, i verdi dal bianco della spuma al glauco di fondi marini, i bigi dal lilla
tenue al viola, i gialli dal biondo lino all'arancione violento: sprazzi multicolori in
grotta illuminata dal sole, rutilanti o crepuscolari cascate di piuma, che dan risalto, coi
nimbi d'oro, alle ardenti teste fulve degli angeli. Sensibile alla luce del sole, il colore
diviene cangiante: la tunica verde di un apostolo si arrosa.

I resti della seconda zona del Giudizio Universale permettono di ricostruire la dispo-
sizione grandiosa degli Fletti guidati al cielo e di ammirare i fulgori magnifici dei tre
arcangeli, la visione eroica di Michele, nimbato dall'arcobaleno delle immense ali aperte
a semicerchio, i monumentali gruppi degli angeli tubicini, con bronzee gote rigonfie,
manti raccolti in grevi ricche pieghe sbiancati1 dal sole. Tale sapienza costruttiva è nei

L'Arti. XXIV, 3.1
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