L' arte: rivista di storia dell'arte medievale e moderna — 25.1922

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DEL QUADRO ATTRIBUITO A BONO DA FERRARA

da prima per il Frizzi, nelle Memorie scritte al principio del secolo scorso, fu meglio co-
nosciuti) poi. Dipingeva già nel 1442 lontano da Ferrara, a Siena, dove pure dipinse nel
1462. La prima data del suo soggiorno a Siena, come maestro, è in anticipazione di un
anno al soggiorno del Pisanello a Ferrara, alla corte estense. Un contatto tra i due pittori,
e quindi l'influsso del grande veronese su Bono avrebbe potuto avvenire solo intorno al
1438, allora che quegli fu a Ferrara per il Concilio. Ma è vano soffermarci intorno a que-
sti casi, poi che, come abbiamo detto, la scritta è apocrifa, messa sul cartellino anepi-
grafe della tavoletta di San Girolamo.

Il trattegio a fili paralleli, evidente sulle rocce dorate, come nel grosso panno del saio
e nel folto mantello del leone, il netto contorno dei monti sul vivido cielo, la mirabile e
varia struttura dei tronchi nani e massicci, delle foglie pungenti, cui danno vita i lumi
d'oro tra il verde, la freschezza, la timida grazia dei fioretti che segnano di stellate co-
rolle il contorno dei prati sull'alto delle rocce, e il modellato potente della testa del Santo
sbalzato dal fondo con forza di rilievo, quale si ritrova solo nelle prime opere del Pisa-
nello, anteriori alle creazioni medaglistiche, e le spire delle chiome snodate sul collo del
Santo con elastica rapidità di curve, e la sovrana naturalezza dell'atteggiamento, sono

Fig. 2 — Bono da Ferrara (attribuito a): Cartellino ingrandito nel San Girolamo. Londra, Galleria Nazionale.

così chiare note pisanelliane da annullare la firma posta sul quadro. E il leone? Chi avrebbe
potuto, anche copiando dal Pisanello, creare questa superba belva dal mantello elastico
e vibrante pur nella posa, studiato, con intuito finissimo; nelle sfumate lucentezze del pelo,
nel movimento dei muscoli, che leggermente trasaliscono sotto l'involucro morbido, e
rivelano, pur nella posa, l'agilità e la forza? Non è il leone mansueto, il leone di stampo aral-
dico che si ripete nell'arte del Quattrocento: il corpo è sdraiato, ma la coda si pre-
para a flagellar il suolo; entro la cornice della sussultante criniera, la testa, poggiata
alle zampe, sembra rattenere il ruggito, gli occhi chiudono entro l'iride un bagliore fosfo-
rico; la belva freme, accosciata davanti al domatore, nella sua maestà grandiosa e ter-
ribile. E la stessa luce torrida del cielo, lo stacco vivido di un'ombra tagliente di roccia
da quel luminoso fondo ci richiamano l'ombra nera degli abeti sull'incandescente fondo
dei SS. Antonio Abate e Giorgio nella Galleria Nazionali' di Londra, opera del periodo
massimo di Antonio Pisano.

La fantasia del grande Veronese ha immaginato il Santo, solitario, seduto sulla roc-
cia, presso i libri e il cappello cardinalizio, nel dominio di una natura bizzarra e selvaggia,
con rocce frantumate, ed alberi stretti fra i crepacci, torracchioni di sasso enormi, e mon-
tagne nude, e arcuati pendii vertiginosi. Soli esseri viventi, nell'aspro romitaggio, il
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