L' arte: rivista di storia dell'arte medievale e moderna — 4.1901

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MISCELLANEA

sull’unico altare, apparve un affresco evidentemente
eseguito nel xv secolo. Una cornice a pilastri scolpiti
colla cimasa a semicerchio finge ricchezza di marmi
ornatissimi di fogliame e dello stemma dei Manfredi :
entro a tale cornice, inferiormente, la Madonna col
Bambino in trono fiancheggiata da San Pietro e da
San Venerio, uno dei protettori di Reggio: la lunetta
ha una Pietà. Ritocchi vi sono nel pavimento e nel
fondo del quadro inferiore, ma, nel totale, lo stalo di
conservazione non è cattivo.

Con lodevole proposito il proprietario vuole che
questa pittura sia conservata: essa infatti è degna di
studio e da accostare alle scarsissime che, di questo
tempo, rimangono in provincia.

G. Ferrari.

A proposito del pulpito pisano dell’antica cat-
tedrale di Cagliari. — Nei fascicoli I-II (anno IV)
del L’Arte col titolo: Appunti sulla storia dell'arte
in Sardegna il dottor E. Brunelli ha pubblicato uno
studio sugli amboni del duomo di Cagliari, che porta
un prezioso contributo alla storia artistica di questi
due pergami, nei quali in sedici bassorilievi istoriati
è rappresentata la vita di Gesù.

Sulla scultura medievale isolana, che è una ema-
nazione diretta dell’arte toscana, ho eseguito ricerche
e rilievi, che fra breve renderò di pubblica ragione e
che pertanto oggi mi permettono di completare ed
in parte correggere i risultati ai quali addivenne il
Brunelli sull’origine dei due monumenti, interessan-
tissimi per la storia della scultura toscana, studiando
i quali sorge spontanea la domanda se non siasi esa-
gerata la decadenza della scultura pisana, nello studio
del risorgimento pisano e se non siano modificabili i
risultati, cui pervennero i più autorevoli critici d’arte
sulle condizioni della scuola scultorica toscana prima
che venisse

«.dal verde paese di Cibele

D’eteri e mormoranti aure un conforto
Che fuga dietro sè tempo crudele. » 1

Queste due opere scultoriche si collegano storica-
mente ad una data memorabile e gloriosa nei fasti
della Repubblica pisana. Era il 1257 : Guglielmo, conte
di Capraia, nobile ed influente cittadino della fiorente
comunità del Tirreno e giudice d’Arborea, stringeva
vigorosamente d’assedio la rocca di Cagliari, difesa
dalle soldatesche di Genova e dai sardi che ancor te-
nevano fede ai giudici di Cagliari ed alla repubblica
marinara a questi amica. Gualduccio di Pisa con po-
tente naviglio solcava il mare e nel borgo di Lapola
aveva eretto un formidabile baluardo, che forni di
macchine potenti e di uomini i più provati in arme.
Sedici galee genovesi, riuscite a forzare la linea guar-
data da Gualduccio, sbarcarono le truppe, che il po-

1 G. Carducci, Nicola Pisano in Italia artistica e industriale,
anno 1893.

testa di Genova inviava non tanto per rialzare le sorti
del giudicato quanto per scongiurare un’occupazione
per parte della secolare rivale. Contro di queste Gu-
glielmo di Capraia spinse impetuosamente i suoi, per-
cotendole e debellandole in modo che dovettero fret-
tolosamente e disordinatamente abbandonare alla loro
sorte i difensori del Castello di Cagliari, i quali, ca-
denti per fame e per inedia e non più sostenuti dalla
speranza di pronto soccorso, si arresero al forte con-
dottiero delle armi collegate di Pisa e d’Arborea.

La conquista definitiva della rocca cagliaritana, Ca-
strimi Kallaris, rialzò gli animi e il prestigio di Pisa,
rendendo ebbri di gioia i cittadini, che oltre a mu-
nire il castello di nuovi e poderosi baluardi, vollero
che a perenne ricordo del felice evento si erigesse
nella più alta vetta di Cagliari la cattedrale, dedican-
dola, come la primaziale di Pisa, alla gran Madre
di Dio.

Queste le origini del duomo di Cagliari, sa sen
come tutt’ora con termine catalano lo si suol chia-
mare, e per questa chiesa, in cui la leggiadria toscana
si sposa alle rudi forme lombarde, Guglielmo d’Ar-
borea fece scolpire il grandioso pulpito, e come do-
natore e come rappresentante della potestà pisana e
signore della terza parte del regno di Cagliari, judex
Arboreae et tertiae partis regni calaritani domini,• vi
incise le proprie armi — tre spade d’argento in campo
rosso.

Questi scudi gentilizi, la conoscenza dei quali
avrebbe evitato agli scrittori isolani di far delle ipo-
tesi, spesso erronee, sull’epoca in cui furono scolpiti
i due amboni, sono incisi in piccolissime dimensioni
e della loro esistenza mi accorsi solo esaminando alla
luce la negativa fotografica di uno dei pulpiti. 1

Ben s’apponeva adunque il De Lamière, il quale,
fondandosi sulla relazione artistica esistente fra il pul-
pito di Cagliari e quello che Guido da Como scolpì
in Pistoia, assegnava le sculture di Cagliari alla se-
conda metà del xm secolo, fra il 1250 ed il 1270.

Nè stilisticamente questa data si può ritenere un
anacronismo, poiché, pur non illudendoci sul valore
artistico di alcuni bassorilievi, abbiamo nei pergami
di Cagliari sculture che senza essere un portento e
senza che si ritengano eguagliabili ai lavori della scuola
che da Nicola prese il nome, rivelano tuttavia un ma-
gistero ed un sentimento artistico, che non si riscontra
nelle opere di Antelamo, di Bonamico e dello stesso
Guido da Como.

Esaminiamo infatti nella stessa incisione, con cui
il Brunelli illustra il suo studio, il gruppo dei tre apo-
stoli sostenenti il leggìo dell’ Epistola. Per la model-

1 Non è presumibile che questi scudi si possano riferire a di-
scendenti di Guglielmo, giacché a costui nel giudicato d’Arborea e
nei possessi dell’isola succedette un’altra famiglia con Mariano, e la
famiglia di Capraia non ebbe più nelle vicende isolane alcuna in-
fluenza, come non ne ebbe prima di Guglielmo.
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