L' arte: rivista di storia dell'arte medievale e moderna — 4.1901

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ARDUINO COL ASAN TI

da un lungo pensiero e da una subitanea commozione; ma per molti l’eco che quell’opera
superiore ebbe in tutte le menti non fece che costituire la moda, e se la moda in arte è
un’assai brutta cosa, peggiore è anche l’imitazione che guasta e corrompe la spontaneità.

* * *

Nelle sezioni straniere gli organizzatori dell’esposizione veneziana vollero raccolta una
mostra di opere di Auguste Rodin, la quale, se pure non basta a rivelarci intiera la per-
sonalità del grande scultore francese, pur tuttavia è la più completa dopo quella organizzata
lo scorso anno a Parigi dallo stesso artista, nel Padiglione a Rue de l’Alma.

Or semplice, or complicato, sempre moderno, il Rodin ha gittato una nota terribile in
mezzo alle nudità vaporose e zuccherine dell’arte dei suoi connazionali, e le sUe statue, fra
le solite variazioni letterarie, mitologiche, allegoriche e storiche, hanno qualche cosa che a
un tempo vi afferra e vi respinge.

Essenzialmente scultore, Auguste Rodin sente potentemente la forma umana, ma, come
le singole membra mostrano che l’anatomia ormai per lui non ha segreti, così ogni statua
rivela nel suo insieme qualche cosa di deforme, a cui l’artista è stato spinto da quella
stessa esuberanza che gli fa talvolta esagerare i gesti e le pose. Il Rodili non è ' animato
da un ideale di bellezza, il suo è uno spirito tragico, e non predilige, nè pure sente forse,
le seduzioni della grazia. Così la sua umanità è oppressa dalla deformazione atavica del
lavoro secolare ; la sua Èva non è la bella donna dalle forme giunoniche e dai fianchi
capaci di contenere i destini dell’umanità, ma, come fu bene definita « una quarantenne
oppressa dall’onta della condanna originale, stanca di aver generato l’uomo maledetto ».
E anche in quel corpo è un contrasto singolare fra la possanza delle belle spalle e la spietata
flaccidezza del seno e delle coscie. Del resto se nelle sue opere non appare sempre uguale
a sè stesso, se nella violenza delle attitudini sembra procedere a scatti, se nella stessa pre-
dilezione delle linee sparse, accidentate, faticose, appare frammentario, non bisogna doman-
dare all’artista più di quanto egli possa dare.

* * *

Se il Rodin è lo scultore della vitalità materiale che nelle sue opere rivela, senza farla
servire ad una speciale concezione filosofica, Constantin Meunier, continua a cercare nuove
forme di bellezza nell’umile esistenza degli operai. Egli ha sentita la voce formidabile che
tutto un oscuro popolo di travagliati ha levata dalle profondità inesplorate nelle quali era
sceso per strappare alla terra un atomo delle sue ricchezze, e di quella voce, in cui è lo
schianto della disperazione e una tremenda minaccia, si è fatto l’interprete e il rappre-
sentatore.

La larghezza sprezzante della modellatura e la poderosa vigoria delle figure rivelano
lo studio dei nostri quattrocentisti, ma questo culto non diventa nel Meunier una formula
capace d’isterilire la sua genialità creatrice.

Bensì le qualità del maestro minacciano una pericolosa esagerazione nei seguaci, dei
quali il più forte e il più originale resta sempre quel Pierre Braecke che sa infondere nelle
sue opere un senso vivissimo di drammaticità. E pure la sua Supplicante e la sua Abban-
donata non sembrano troppo spontanee e sono più nervose che veramente forti, ma certo
vanno annoverate tra le cose migliori della sezione belga.

Difatti è in queste sculture una efficacia di espressione che si ricerca invano così
nella Maternità e nella Fonte, come nel busto di Vescovo del Van der Stappen, che nella
applicazione decorativa rivela sempre una nota personale, sebbene la modellatura pesante
nuoccia sensibilmente alle sue opere. Così tolgono merito alla scultura di Franz Stuch la
levigatura della superficie e quella stilizzazione che è forse voluta imitazione di antichi modelli.
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