L' arte: rivista di storia dell'arte medievale e moderna — 20.1917

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Giacomo Callot — Roma, Gabinetto Nazionale delle stampe ti. 120708

DI ALCUNI INCISORI ITALIANI

DELLA PRIMA METÀ DEL SEICENTO

POCO conosciuto a chi non si occupi eli stampe antiche o di storia del teatro è il nome
di Giulio Parigi, incisore ed architetto fiorentino, che fu per lunghi anni direttore
delle feste della corte granducale di Toscana, durante i regni di Cosimo IT e di Ferdinando I !.
Non contento di fornire disegni e progetti per giostre e tornei, per solenni funerali rap-
presentazioni teatrali e cortei carnevaleschi, egli li incise con rapido e spiritoso segno.

Le composizioni di caccia e di guerra, i cortei, che nelle sue incisioni Antonio Tem-
pesta, scolaro del Cigoli e del fiammingo Giovanni Stradano, aveva per primo reso popolari
in Italia, appariscono trasformate dallo spirito bizzarro di Giulio Parigi.

Chi osserva, ad esempio, l'illustrazione del Primo intermezzo della liberatione del Tir-
reno fatta nella sala delle commedie del Ser.mo Gran Duca di Toscana il Carnovale del 1616
dove si rappresentava il Monte d'Ischia con il Gigante Tifeo sotto, disegnata da Giulio
Parigi ed incisa da Giacomo Callot, si accorge subito che l'artefice francese ha derivato
dal toscano non solo la tecnica d'incidere il rame con spigliatezza, ma tutto lo spirito
dell'arte sua.

Per mezzo di Giulio Parigi e di Bernardino Poccetti, del quale seguì gli insegnamenti
Giacomo Callot si collega intimamente a quella vivace scuola toscana, tutta animata da
figurette colte dal vero, che scossa da se la malinconia accademica dei manieristi alla vasa-
riana, tanto contribuì al ringiovanirsi di tutta l'arte italiana tra la fine del Cinquecento
ed il principio del Seicento. Nelle pitture di Bernardino Poccetti, di Jacopo Ligozzi, de!
Passignano, del Cardi, di Santi di Tito e poi giiì sino a Matteo Rosselli, a Giovanni da
San Giovanni ed a Lorenzo Lippi, i Fiorentini continuano quella tradizione di piacevole
spigliatezza,> che nelle opere di Andrea del Sarto e poi di Jacopo da Pontormo, quando
non era ancora guasto dagli influssi michelangioleschi, e decorava deliziosamente le sale di
Poggio a Caiano, aveva trovato i suoi maggiori maestri. . .
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