L' arte: rivista di storia dell'arte medievale e moderna — 22.1919

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LUCIA LOPRESTI

Nel suo ultimo periodo Tiziano dipingeva corsi-
vamente, senza perdere tempo a rendere gli appiat-
timenti della forma necessari alle sue prime visioni;
egli scriveva ed ombreggiava rapidamente un pro-
filo per indugiarsi a riempire di sciczi un'ala di
amorino; disegnava coi pennelli un viso di donna
per divertirsi lungamente a far balenare di gialli
innumerevoli i suoi capelli biondi.

È in questa fase appunto che il Boschini prende a
considerare Tiziano. Egli vede nelle suntuose pit-
ture un molle riflesso di natura, e non sa spiegare
in che cosa la natura dipinta differisca da quella
reale. Certo egli scorge una cosa estremamente
brillante e iperbolizzata nel senso della maestà, e
ne gode con gusto infinito. Quando sento così,
egli vuole esternare il suo compiacimento con li-
flessioni degne e sapute e non sa fare di meglio che
dire: queste cose sono proprio come si vedono nella
vita; mischiando le proprie trasfigurazioni visuali
con le proprie impressioni pittoriche. Chè se poi si
dimentica di fare lo scrittore d'arte e di essere ob-
bligato a dir qualche cosa di universalmente ac-
cetto, allora i compiacimenti appassionati dell'ar-
tista saltano fuori; e Boschini si abbandona in-
teramente al gusto di toccare delicatamente con la
punta del suo provino raffinato, la sostanza delle
squisite pietanze pittoresche imbandite al suo
sguardo.

Il tutto con una coscienza così piena di libertà,
con una sensazione così ampia di facilità e di age-
volezza, da far capire a volo la ragione delle prime
e delle ultime sperticate lodi. Boschini non è co-
stretto ad elaborazioni mentali di fronte a Tiziano;
e nel godimento di una così fortunata ventura, egli
assapora oblioso le gioie di una placida trasfigura-
zione naturale.

Del resto il Nostro troppe volte dimentica o non
si cura di spiegare anche sommariamente un feno-
meno artistico, tutto attratto com'è dalle proprie
iridescenti fantasticherie. Il significato di pienezza
lirica spirante dalla più riuscita pittura veneta
sgorga quasi ad ogni passo dei suoi scritti; pur
essendo l'espressione di un tal significato molto
spesso involontaria. E tuttavia nei paragrafi ri-
guardanti la maniera dei rimanenti artisti vene-
ziani, la parola, pui trascinata dal fascino delle
leggiadrie superficiali, conserva sempre una. in-
tenzione più profondamente scrutatrice di quel che
non faccia per Tiziano.

Evidentemente fra i diversi modi di dipingere
davanti ai quali la pratica giornaliera lo ha posto,
Boschini afferra più prontamente quello del Ve-
ce] Ho: gli altri lo affaticano tutti un poco di più;
c infatti nei tratti che li riguardano, il godimento
estetico si fa meno immediato e a volte visibilmente
cede luogo dinanzi a una serie di meditate rifles-

sioni. Tiziano è la intuitiva pittura veneziana, gli
altri rappresentano gradi di progressivo sviluppo,
ramificazioni derivate da questioni complesse,
evoluzioni verso mète future, ancor vaghe ed in-
certe.

I primi ad essere più spontaneamente gustati da
Boschini, dopo il Tiziano, sono Giorgione e Paolo
Caliari. Egli li rende molto vicini al suo ideale
di rapido assaporamento, tanto è vero che giu-
dica possibile la confusione tra i due stili tiziane-
sco e giorgionesco; pel Veronese, se avverte una
differenza di temperamento, sente di essere sempre
nello stesso ciclo di apertura visiva.

Qualche peculiarità spiccata ci si fa subito in-
nanzi dopo la lettura completa dei due discorsi
accennati. In Giorgione, Boschini indovina una
forte corrente di passaggi ideali, un èmpito di
conquiste intellettive, una novità di visione pro-
fondamente motivata. Li indovina, e non li sa
spiegare — com'è naturale — perchè che cosa ci
sarebbe di più deplorevolmente anacronistico di un
Boschini che si mettesse a spiegare storicamente
uno stile? Però la impressione che la nuova conce-
zione giorgionesca produce sulla sua sensibilità,
passa chiaramente nel corso delle sue frasi. Egli è
sempre impressionato dalla pittura come un ar-
tista che, invaghito dell'opera altrui, goda a farne
filtrare gli elementi attraverso il proprio pennello;
e la sua espressione si effettua ora per mezzo della
sua lingua, ora per mezzo del suo bulino, indif-
ferentemente.

Questa volta dunque egli nota con solennità
convinta l'avvento giorgionesco: « ...ben si può
credere che Giorgione sia stato nella pittura un
altro Giovanni Custembergo inventore de' caratteri
di stampe... ». Noi ci aspetteremmo, a di vero,
dopo queste parole un'ampia motivazione, ben ra-
gionata; ma troviamo invece questa indetermi-
natissima frase:... « sopra la aggiustatezza della
simmetria, aggiunge la grazia e la perfezione ».

Boschini si è perso: ha intraveduto un cambia-
mento, lo ha capito, ma la spiegazione gli è sgu-
sciata dalle mani ed è finita in un'ultima eco in
cui nulla più si riconosce della prima intuizione.

Uno sguardo amorevole ad una pittura gior-
gionesca, ed ecco riafferrato il concetto: senonchè
fra i due respiri di pensiero par che sia caduto un
passaggio di collegamento. Boschini non ìiesce a
dire che la perfezione e la grazia consistono ap-
punto nelle nuove concezioni coloristiche, non
riesce a formulare neppure per se stesso la ragione
stilistica per cui tra Giambellino e Giorgione
corrono ai suoi occhi così grandi differenze.

Ciò che appaio evidente è che egli sente di re-
spirar meglio passando da Bellini a Gioigione, che
capisce, col secondo, di essere in vista del proprio
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