L' arte: rivista di storia dell'arte medievale e moderna — 22.1919

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INTARSI MARMOREI DI LEON BATT. ALBERTI

Il tempietto del Santo Sepolcro a Firenze è opera d'eccezione nella grandiosa arte
parata di gravità, tra le auguste moli massicce del sognatore d'un rinnovellato mondo
romano, L. B. Alberti. Prisma rettangolare liscio e prezioso, il minuscolo edificio, arro-
tondato nel fondo dalla curvatura semicircolare d'una nicchia, non ricorda il Santo
Sepolcro se non molto vagamente per la merlatura di foglie arricciate strette a formar
gigli e per la cupoletta a volute ricorrentisi, sospesa nel vuoto da quattro gracili colon-
nine, come un bizzarro e striato berretto orientale portato in alto da sottili bastoncelli:
capriccio arabico, poco all'unisono con l'aulica semplicità di questo dado marmoreo,
rigato da seriche lesene, toscanamente diviso a quadri geometrici di marmo bianco tra
cornici nere. Piccola e appena profilata la porta che mette all'interno; nella trabeazione
un'alta e slanciata scritta a lettere d'oro, esempio di scritta-fregio che si ripeterà, con
ritmo più riposato e profondo, nell'opera maggiore di Luciano Laurana; entro gli specchi
perlacei, tra cornici nere, ornati bianchi su dischi di marmo nero, rispecchianti, nella
geometrica chiarezza dello schema, come nella ricca varietà dei motivi, le idee espresse
dal grande teorico, nel De re aedificatoria.

« Sarà l'ornamento », egli scrisse, « una certa luce adjutrice della bellezza, e quasi
un suo compimento ». E parlando dei templi: <■ Vorrei ancora che il compimento delle
linee del pavimento fosse tutto pieno di linee e di figure appartenenti alle proporzioni
e alla geometria ». E più oltre: « Le cose che fanno gli ornamenti eccellenti son queste.
Bisogna che l'ornamento e la regola di adornare le fabbriche sia terminatissima, libera
e spedita del tutto; che le cose illustri ed eccellenti non vi siano messe insieme troppo
folte, nò calcate ed ammontate quasi in una massa, ma distribuite e collocate talmente
e con tale determinazione, che chi le volesse mutare conosca che si guasterebbe tutta
la gioia della leggiadria e bellezza. Oltre di questo non si ha a lasciare alcuna parte del
lavoro che non sia adornata. Non bisogna però che tutte le parti siano adornate egual-
mente con ornamento grandissimo, nè tutte, piene eli ricchezza; ma vorrei che si facesse
uso non tanto dell'abbondanza, quanto della varietà delle cose ». Concetti aulici, che si
compendiano, altrove, in una sola frase: « Non si adopreranno (gli ornamenti), se non
come le gemme in una corona, cioè mettendone poche, e ne' luoghi più onorati ».

Come in Santa Maria Novella Leon Battista Alberti si vale di ornati a commesso
marmoreo, ad opus sedile, secondo la tradizione dell'architettura romanica dei marmo-
rari toscani. E tutte le imagini del ricco caleidoscopio creato dall'Umanista: squadre
giranti fra boccioli di giglio, rote di tulipani, stelle entro stelle formate come da fra-
stagli di carta, corone conteste dal tocco lieve di petali socchiusi di giglio, da anfore
che si giungono per le brevi anse, hanno tutte un fondamento comune nella geometria
dello schema, nel ritmo sonante in ogni opera dell'artista, per il quale « architettura è
musica )>, espresso dalla armonia delle linee entro il tondo, curata con senso quasi me-
daglistico.
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