L' arte: rivista di storia dell'arte medievale e moderna — 22.1919

Page: 26
DOI issue: DOI article: DOI Page: Citation link: 
https://digi.ub.uni-heidelberg.de/diglit/arte1919/0048
License: Free access  - all rights reserved Use / Order
0.5
1 cm
facsimile
26

LUCIA LO PRESTI

Nel secolo xvn Venezia era provvista di un gran
numero di artisti che seguitavano con molta tran-
quillità spirituale a rimanipolare le trovate dei più
grandi veneti cinquecenteschi. In mezzo ad essi
qualcuno sentiva con maggiore convinzione la
influenza delle nuove visioni secentesche, ma le
attuava fatalmente innestandole sull'antica lu-
tulenta pasta veneziana.

Una luce falsetta passeggia su corpi che si di-
sciolgono in torrenti saporiti di melma preziosa:
questo comincia con Bassano e con Tintoretto;
e per spiegare la migliore parte della pittura suc-
cessiva non c'è, spesso, che da seguire le vicende
di questa luce, di così artificiosa introduzione.

Essa assorbe in differente misura, ma senza uri
eccessivo studio dei valori, la gamma delle tinte,
penetra con variabile intensità le masse pittoriche e
passa nelle visioni dei diversi artisti concentrando e
rarefacendo la violenza dei suoi fuochi particolari.

Noi non siamo purtroppo in grado di parlare
con profonda cognizione della pittuia veneta del
600;1 e tuttavia quel poco che ne conosciamo do-
cumenta assai bene la nostra superiore asserzione.
F.cco Pietro Malombra nell'allegoria del palazzo
ducale: le liquide creme oscure del cielo e del fondo
drappeggiato, si spalmano ancora opacamente
sulle ultime teste, ma già un sinuoso fiume di luce
avvolge costumi e volti: le primissime figure si
staccano con nettezze di tagli isolati quasi caia-
vaggesche, mentre nel secondo piano fioriscono in
penombra le più delicate morbidezze coloristiche:
a conclusione compositiva il lampeggiante panneg-
gio della figura principale annoda in un fiocco assai
volgarmente elegante, il trascorrente nastro lumi-
noso. Oui dunque l'andamento della luce segna
di differente impronta fin le parti di una stessa
composizione. Ed ecco Tiberio Tinelli filtrante la
chiaiità dei suoi ritratti attraverso una calma at-
mosfera acquatica; ecco Pietro Liberi e l'Aliense
che sulle loro folle di creta disseccata spezzettano
la luce e paion quasi inserirla a disegno entro
specchiati dischetti. È sempre la luce che oscil-
lando in un movimento ripetuto prende ad amare
le singole figure o tutta una massa complessa an-
nodando e snodando il ritmo della composizione.
Ora, che cosa pensava Marco Boschini di questa
pittura a lui contemporanea? Seguitava a ricer-
care in lei quello che aveva ammirato in Tinto-
retto forse con troppo slanciata frase? oppure riu-
sciva a notarvi qualcosa di nuovo?

Due sono i tratti in cui egli parla di questo ar-
gomento che doveva essere così essenziale alla

1 Le fotografie che ne riproducono le opere non sono molte.
E il prenderne visione direttamente è ben difficile, in questo
momento.

tranquillità del suo spirito venezianissimo: il 70
« Vento » della Carta e la conclusione della rivista
artistica nelle Miniere. Prendiamo dunque ad esa-
minare per primo questo 70 « Vento », che appar-
tiene alla primissima manifestazione letteraria
del Nostro.

La materia diviene ora per lui estremamente
scottante. Si tratta di parlare delle qualità arti-
stiche dei suoi contemporanei: lodare dunque in-
condizionatamente o giudicare? Noi non sappiamo
di certo se l'ipotesi di quest'ultima possibilità
sia entrata anche un istante sul serio nel cervello
di Boschini; giacché egli spande qui su ognuno e su
ogni cosa il miele della sua approvazione. Ma la
lode diviene spesso stancatamente impersonale,
e meno sovente fioriscono i razzi brillanti delle sue
più intelligenti esaltazioni.

Tuttavia il nostro autore è intimamente assai
felice, qui si trova nel suo contorno abituale;
vede, scrivendo,, la bottega di « Colalto mercante in
Merzaria » che esponeva quadri antichi e moderni
fra i damaschi e i velluti; e tutto questo fresco
assaporamento di vita porge anche ai più scombic-
cherati fra i suoi versi laudativi una impronta di
baldo ottimismo speranzoso. Egli passa in rivista i
pittori del suo tempo come aveva fatto per gli ar-
tisti cinquecenteschi. Le frasi descrittive sono più
o meno sentite; e per la nostra mente restano
3 volte buie le sfumature distintive di maniere che
quasi non conosciamo.

A questo punto soccorrono la nostra deficienza
ìc incisioni di cui Marco Boschini ha intercalato
le pagine del suo 8° « Vento ». Sono esse riprodu-
zioni d'opere di parecchi fra i pittori nominati nel
70 « Vento » ed hanno quasi tutte lo stesso
carattere interpretativo che siamo soliti a riscon-
trare nelle esplicazioni verbali del Nostro. Così,
ad esempio, noi troviamo una perfetta identità
d'intenzione fra le parole riguardanti la maniera di
Carlo Ridolfi e il modo con cui son riprodotti,
nell'incisione, gli accenti predominanti di quel
temperamento. Dicono i versi:

...e quel che più deleta

Xe el caratere chiaro in ogni parte.

E l'intaglio ci dimostra una diligente finitezza
di segno, una luce banalmente diffusa, una fumo-
sità di ombre eccessivamente decisa. Il carattere
dell'evidenza cercata ed imposta traspare da ogni
tratto dell'incisione, e ci fa comprendere del tutto
il significato di quel « carattere chiaro » così vago
e ambiguo nei versi.

Altrove il segno boschiniano riesce ad espri-
mere sottigliezze che la penna non ha saputo ma-
nifestare; ed ecco i leggeri veli schiarati di Gerolamo
Forabosco, l'artista « tuto speculante » su cui il
loading ...