L' arte: rivista di storia dell'arte medievale e moderna — 22.1919

Page: 58
DOI issue: DOI article: DOI Page: Citation link: 
https://digi.ub.uni-heidelberg.de/diglit/arte1919/0080
License: Free access  - all rights reserved Use / Order
0.5
1 cm
facsimile
58

GIACOMO VESCO

l'arte una propria via. Nata libera nell'antica Gre-
cia, l'arte, nel Medio Evo, era stata asservita alla
filosofia e alla religione. Ma qui si ha una tratta-
zione a parte: ella aspira all'indipendenza. E se
i primi trattati sono così nudi da cadere intera-
mente sotto il dominio della chimica, attestano
pure con tale loro nudità come fosse proprio quel-
l'arte a distogliere da ogni riflessione e critica.
Benché, indirettamente, ne dicono pure qualche
cosa. Trattando solo della preparazione dei colori
non dimostrano forse che l'elemento cromatico è
in sulla cima del loro ideale artistico?

Il più antico di questi ricettari fu trovato in
Egitto ed estratto dal corpo di una mummia: è
il famoso papiro di Leida del terzo secolo. La data
e la patria sono significative: in ogni regione e in
ogni tempo la medesima arte si presenta con le
stesse manifestazioni.

Qui, in Occidente, la prima raccolta che appare
è dell'ottavo secolo: le Composìtiones variae ad
tingendo, musiva scoperte dal Mabillon a Lucca
nel 1686.1 Sono aride ricette fermate in un linguag-
gio energico e breve, nel quale si sente la fretta
dell'artefice che ha lasciato a malincuore gli stru-
menti del lavoro e teme perdere tempo e spendere
troppe parole. Esprimono un'esperienza che si
estende su largo campo: incominciano dalla « tin-
ctio omnium musivorum » e passano a tingere le
pelli, le ossa, al modo di preparare il vetro e il
piombo. Dell'arte non si dice che quello che le è
comune colle industrie, colle quali essa è qui af-
fratellata; ma intanto è riuscita a staccarsi dal sa-
pere enciclopedico e col tempo si solleverà sopra
le industrie come la poesia sulla realtà della vita.
Già nel papiro di Leida non v'era distinzione:
s'alternavano le ricette per comporre colori da
dipingere con quelle per colori da stoffe, con for-
mule per comporre leghe metalliche, coi segreti
dell'alchimia per dorare e inargentare. Un signi-
ficato artistico non può avere che quella ricetta
dove si parla della preparazione di una vernice
con cui lucidare i dipinti a tempera. Essa ne palesa,
nella totale assenza d'ogni pensiero riferentesi al-
l'arte, come si bramasse lo splendore dei colori. La
vernice si componeva d'olio di lino e di sostanze
resinose: la si faceva cuocere: « Et qualibet opera
pietà aut scappilata in lucidare super debeas. Et
pone ad solem. Desicca illam ».

Poveri sterpi adunque, ma staccatisi da un
tronco che non poteva dar loro vita, « pruni rigidi
e feroci », direbbe Dante2 che con il tempo e l'indi-
pendenza porteranno « la rosa in sulla cima ».

1 Pubb. dal Pellizzari in Trattati attorno le arti figurative.
Napoli, 1915.

2 Paradiso, XIII, 135.

Nè le Composìtiones sono un documento isolato:
simile e vicinissima di tempo è la Mappae clavicula
o chiave della pittura, divisa in due parti: nella
prima si tratta dei metalli preziosi, nella seconda
si danno ricette per la tintura. Non essendo questi
lavori espressione di concetto personali attorno al-
l'arte, dovevano riuscire inevitabilmente l'uno la
copia dell'altro. Così, qui, nella seconda paite si
riproduce il ms. di Lucca. Lo stesso accade nel
Lìber Sacerdotum di cui si sa l'autore: fu scritto da
un tal Giovanni: « Finitus est ine lìber Johannis »
Da un'altra ricetta sappiamo poi che è stato fatto
a Ferrara.1

Da tutti questi si distacca, non tanto per tempo,
quanto per importanza il « De coloribus et artibus
Romanorum» di Eraclio. È nato in quella Roma
che doveva pur vedere le classiche rivoluzioni di
Arnaldo da Brescia e di Cola di Rienzo e dove
sempre si levava dalle rovine, fatuo ed implaca-
bile, il fantasma dell'antica grandezza. Questa è
almeno l'opinione di Arturo Giry; poiché la Merri-
field che lo pubblicò in Originai Treatises dating
from the Xllth io the XVIllth centuries on the arts
of Painting (Londra 1849), ritiene invece Eraclio un
lombardo che abitò a Benevento.2 Ma romana è
l'anima di questo trattato e l'intenzione di riven-
dicare l'arte romana la sua ragion d'essere. Gli
accorati lamenti di Eraclio per i mali che afflig-
gevano la Roma del suo tempo non possono darci
un argomento sicuro per giudicare del tempo in
cui visse, come altri vuole, ma sì per giudicare della
patria. Non v'è solo il fascino che Roma esercitava
sulle menti, ma v'è l'affetto per la città natale. E
la singolarità del trattato anche sta qui, che l'autore
intende volgersi all'antica arte di Roma ora caduta
insieme con la grandezza politica della medesima.

Jani decus ingeuii quod plebs Romana probatur
Decidit ut periit sapientum cura senatum.3

E si chiede:

Quis mine has artes investigare valebit.
Quas isti artifices, immensa mente potentes,
Invenere sibi potis est ostendere nobis?

Ma, se egli come poeta è veramente commosso
pensando a tanta grandezza disparita, come ar-
tista s'illude quando crede di piangere sulle reli-
quie dell'arte romana. Ha scoperto delle antiche
fiale: cogli « occhi dell'animo » intenti notte e
giorno vuole strapparne il segreto. Ma quale? —
Quello per cui i Romani erano riusciti ad includere
dell'oro tra il vetro e a renderle splendenti, l'arte

1 V. J. Cìuareschi, Supplemento annuale dell'Enciclo-
pedia d% Chimica, 1904-5. « Sui colori degli antichi », p. 313.

2 Guareschi, op. cit., p. 315.

3 Eraclio, De coloribus. Proemio.
loading ...