L' arte: rivista di storia dell'arte medievale e moderna — 22.1919

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MARIO SALMI

Inoltre nella seconda navata di destra da cui sporge un'absidiola, è un ampio ciclo della
vita della Madonna attinto dagli evangeli apocrifi ; che può credersi un omaggio della commit-
tente alla Vergine di cui portava il nome, ma che ricorda anche l'antica devozione dei fran-
cescani sin da quando San Bonaventura, come generale dell'Ordine, istituiva nel Capitolo di
Pisa (1263) la recitazione dell'Ave Maria alla sera.

Tuttavia, sebbene inspirata da un pensiero religioso, l'arte ha mezzi propri di espres-
sione; ed è legittimo chiederci perchè l'Apocalisse appena e raramente accennata negli edifici
dell'Italia settentrionale (ad esempio nel Battistero di Padova) e dell'Italia centrale (San Domenico
di Fabriano), sia narrata così diffusamente nella nostra chiesa di Terra d'Otranto. Non è suffi-
ciente a spiegarlo il culto ivi larghissimo per l'Evangelista;1 mentre appare molto chiaro
quando gli artefici che dipinsero in Santa Caterina si colleghino ad una tradizione figurata
non locale, ma proveniente da Napoli dove Maria di Enghien, sposando il re Ladislao, dimorò
per sette anni sino alla morte di lui (1414). Lo indicano riscontri iconografici in parte notati
da altri e lo confermano, come vedremo, raffronti stilistici.

Le storie apocalittiche somigliano, per composizione, a quelle di una tavola oggi a Fiir-
stenau, ma proveniente da Napoli2 e della Bibbia Hamilton (1360 circa) nel Gabinetto delle
stampe di Berlino, restituita ad una scuola napoletana di miniatori che fiorì alla corte di re
Luigi di Taranto.3 Come in questa, negli affreschi di Galatina, l'angelo che sormonta ai
giudici (Ap. XX, 4) ha la spada mentre nella tavola tiene la bilancia. Da ciò non è a de-
dursi che i pittori avessero fra mano questa o consimili illustrazioni: la coincidenza sembra
casuale e dovuta alla fretta con cui si imitarono inconsciamente fonti iconografiche più an-
tiche. Nella Bibbia si veggono infatti altre inesattezze notate dall' Erbach ; mentre d'altra parte
le somiglianze fra la tavola e gli affreschi sono notevoli non solo nella disposizione delle scene
e nella forma degli edifici, ma anche nel modo di collocare le figure nello spazio. Così l'an-
gelo che ha chiuso il pozzo dell'abisso (Ap. XX, 1-3) è visto ugualmente di scorcio verso
destra e quello con cui termina la Rivelazione, giunge invece da sinistra. E probabile dunque
che gli affreschi derivino da grandi composizioni trecentesche comuni alla Bibbia Hamilton
ed alle tavole Ftirstenau che il Bertaux crede eseguite intorno al 1320 per la somiglianza nei
costumi con le pitture di Santa Maria Donna Regina di poco anteriori.

I piccoli frammenti di storie apocalittiche in questa chiesa, sono insufficenti per le com-
parazioni ; non ci indugeremo quindi in una ricerca che manca, per ora, di basi concrete: se
cioè il nostro ciclo derivi da quello o non piuttosto, come già pensava lo Schulz, dalle scene
apocalittiche, ormai perdute, che il Vasari afferma dipinte da Giotto in Santa Chiara di
Napoli.4

Una sola cosa mi par certa: che per iconografia il ciclo di Galatina si dimostra d'origine
napoletana. Così è per gli altri affreschi : il Trionfo della Chiesa e i Sacramenti della seconda
volta, sono simili agli stessi soggetti dell' Incoronata, dove si trovano — come a Santa Cate-
rina —■ lungo le pareti, storie del Vecchio e Nuovo Testamento; lo Sposalizio della Vergine

1 Nelle chiese e nelle grotte della regione ricorre
spesso l'immagine del Santo anche in pitture più
tarde. Nel Museo di Lecce se ne conserva una in tavola
bizantina per stile e certo del sec. xv, riprodotta da
G. Gigli, Il Tallone d'Italia, I, Bergamo, 1911, pa-
gina 55, dove è attribuita al sec. xm !

2 E. Bertaux, in Napoli nobilissima, 1906.

3 Erbach di Fùrstenau, art. cit.

* Schulz, op. cit., Ili p. 175. Il Vasari è, del resto,
male informato sui lavori napoletani di Giotto al quale
assegna fra altro gli affreschi dell'Incoronata, la cui
origine rimonta invece a Luigi I (1352). Giotto dipinse

la cappella di Castel dell'Uovo (cfr. A. Reumont in
Giornale di erudiz. artist., Ili, fase. X, ott. 1S74), ma
delle sue opere in Santa Chiara nulla sappiamo. Per una
rovinatissima Pietà, certo di forme più larghe dei se-
nesi, si è fatto con troppa sicurezza il nome del maestro
da C. Gradara, in Bollettino d'Arte, 1917. E l'af-
fresco a lui attribuito nell'annesso convento, col Re-
dentore fra santi e i devoti di casa d'Angiò, ha ca-
rattere senese ed è anzi eseguito sotto l'influsso di
Simone con qualche ricordo cavalliniano. Alla scuola
di Cavallini lo attribuisce il Rolfs, Gescliichte der
Muterei Neapels, Leipzig, 1910, p. 33, fìg. 17
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