L' arte: rivista di storia dell'arte medievale e moderna — 24.1921

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G. FIOCCO

sè, o meglio di una parto di chiesa, con proporzioni
ampie e con uno slancio verticale che sta oggi in
contrasto con la sua piccolezza.

li l'abside della primitiva costruzione di S. Zac-
caria, di cui sono il proseguimento il coro delle
monache e i locali che vengono dopo, tutti parte
della navata centrale.

Ma se la sua storia costruttiva corre liscia,
mercè i notatoli di S. Zaccaria che si leggono nel-
l'Archivio di Stato e gli studi del l'aoletti, non si
può dire altrettanto delle annerite pitture che
adornano gli spicchi della volta raggiata: il Padre
Eterno nel mezzo, e ai lati, ciascuno nel suo com-
parto, gli Evangelisti, S. Zaccaria e il Battista, e i
proleti del sottarco. Essa ha rappresentato una
specie di pomo della discordia, e sarà utile rian-
darla, anche se non torni troppe a vanto della
critica, e specialmente della critica ultima.

Rifacciamoci pure all'aliale Moschini, che primo
ne fece parola nella sua notissima Guida di Ve-
nezia del 1815, dichiarandole troppo guaste per
poterne riconoscere la mano e i pregi. Ma spetta
certo a G. B. Cavalcasene, uno dei Santi Padri
della Storia dell'Arti', di averne dato sino dal 1871
un serio giudizio c tentato di capirne il valore, e
i! vanto di avervi letto una data molto istruttiva.
Non dirò altrettanto felice l'avvicinamento a
Jacopo Bellini a cui pensò di attribuire i freschi,
pur schermendosi di farne una troppo precisa va-
lutazione perchè spellati e anneriti. Offuscamento
che si direbbe dovuto più a un incendio che agli
anni e all'abbandono.

Per il Cavalcasene i freschi di S. Zaccaria rap-
presentavano < esattamente la mistura dei vecchi
tipi chiesastici con elementi sculturali che carat-
terizza lo stile di Jacopo, ma con più vigore e
spirito di quello che si può trovare nei suoi libri
di disegni r. Un giudizio di colore oscuro ma non
privo di notevoli apprezzamenti e di utili notizie:
la data innanzi tutto del 1 142 c l'affermazione, la
(piale è vero precorrimento, che in (pici deschi
fosse un Jacopo Bellini maggiore di se stesso, e
che per il senso plastico delle ieratiche ligure
andava al di là delle dilettevoli minuzie dei troppo
vantati libri di Parigi e di Londra. Se oggi pos-
siamo dire con piena sicurezza che quel Jacopo
Bellini che supera se stesso non è Jacopo Bellini,
è onesto che apprezziamo chi di questo ebbe il
sentore e tantopiù in quanto la critica non ha
fatto di poi che passi da gambero.

Luigi Seguso, scrivendo nel 1887 di Bartolomeo
Vivarini, senza nozioni di arte e senza serietà
storica, pur attingendo alle fonti documentali,
lanciava la strabiliante notizia che le pitture del
catino absidale di S. Zaccaria spettavano a « Mi-
stro Andrea da Muran pentor », che le aveva ese-

guite nel 1462. 11 Seguso buttava la sua trovata
a vanvera senza curarsi della data lampante che
si legge nei freschi della cappella di S. Tarasio, ed
è strano che con la stessa noncuranza uno scrittore
ben più attendibile, P. l'aoletti, nel 18113, serven-
dosi degli stessi notatoti di S. Zaccaria, male ci-
tati dal Seguso pensasse che i dipinti si potessero
assegnare a un Zorzi Bagnol e ad altri pittorelli
che decoravano la vecchia chiesa nel 1458. Krrorc
riscattato dallo stesso l'aoletti qualche anno dopo,
nel i8<)<), allorché pubblicando con il Ludwig no-
tizie d'archivio riferentisi ai Vivarini potè rettifi-
care che i dati non dovevano riferirsi ai freschi
fatti parecchi fustii prima. Ed era più che giusto,
perchè Andrea da Murano appare nei documenti
come « dorador delle cape del coro ». del coro
cioè costrutto dopo il 1 155 da Francesco e Marco
Cozzi, maestri (ignari da Vicenza, e perchè i pit-
torelli Antonio da Bergamo, Zorzi Bagnol e Già-'
corno di Guido, ancora meno noti del muranese,
ignoti anzi affatto, non potevano essere stati im-
piegati in incombenze più alte.

In (pianto al necessario giudizio che Corrado
Ricci dovette dare delle discusse pitture, parlando
di Jacopo Bellini, esso non va ricordato se non
per il giusto ritinto di considerarla opera del ve-
neziano, ma non per un qualche elemento nuovo
atto a portar lume nella questione.

Quello che riesce inve;e inesplicabile si è che
I.audadeo Testi, armato di tanta critica, sia venuto
ultimo in lizza nel 1915, solo per aggrapparsi agli
errori grossolani del Seguso. Egli dice ancora del
1462 le pitture < opera in parte di Giacomo di
Guido, Antonio da Bergamo e Zorzi Bagnol, dove
se pur non si sapesse dai documenti, si riconosce-
rebbe il fare di Andrea da Murane ancora legato
alle rudezze primitive »; e se non si sente di distin-
guere nei dipinti (piali possano essere lavori di
Andrea e quali di mani differenti, è abbastanza
sicuro per dichiarare «che l'insieme, importante
come documénto, manifesta la volgarità dell'im-
maginazione e la povertà tecnica degli autori >■.

Eppure, cortesi lettori, sono proprio questi
freschi malnoti e bestemmiati la grande e ricer-
cata testimonianza di Andrea del Castagno a
Venezia!

Quando, per i provvidi restauri della Soprain-
tcndenza ai monumenti del Veneto fu innalzato
un castello nella cappella di S. Tarasio, e potei
avvicinarmi con giusta ansia ai dipinti che dal
basso si potevano tanto male giudicare e godere,
fu come se mi fossi trovato dinnanzi a dei giganti.
In qUelle figure eròiche e aspre dipinte a grandezza
più che naturale ciascuna in uno spicchio della
volta era impossibile non riconoscete con un sus-
sulto dell'animo la grande e pura voce dell'arte
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