L' arte: rivista di storia dell'arte medievale e moderna — 4.1901

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MISCELLANEA

dei numerosi allievi o compagni di Donatello, dotati
di molto minor talento del maestro. Eccetto una
rottura al braccio sinistro dell’Amore, che probabil-
mente proviene già dal processo di getto originale,
il gruppo è tutto intatto. Della sua provenienza non
si poteva saper altro, se non che il suo possessore
l’aveva acquistato pochi anni prima da un negoziante
di Milano. Non molto dopo apparve presso un rac-
coglitore di Parigi, il signor Foulc, una replica della
nostra opera, con la medesima segnatura d’artista,
però mancante dell’Amorino. Questo non vi si tro-
vava neppure in origine; la figura della Venere,
però, è affatto identica a quella nel gruppo di Giulio
Sambon. Della provenienza di questo secondo esem-
plare dell’opera di Adriano non si può dare alcuna
notizia, l’attuale suo possessore volendo conservarne il
secreto.

Nell’anno scorso ebbi la fortuna di scoprire un altro
lavoro del nostro artefice nel gabinetto numismatico
di Gotha (Germania). È questo una medaglia col ri-
tratto di Dégenhart Pfeffinger, consigliere intimo del
duca Federico il Savio. Discendente da nobile fami-
glia, che nella Bavaria inferiore da secoli era investita
della dignità di marescalco ereditario, egli aveva sa-
puto guadagnarsi il favore del duca. La sua medaglia
è fusa di ottone giallo, quale si riscontra rarissima-
mente in lavori italiani di questo genere. Le analogie
di stile col busto di Dresda sono così manifeste che
non si può dubitare essere ambedue opere lavorate
dal medesimo artefice, benché sulla medaglia manchi
la segnatura di Adriano. Una seconda medaglia, che
ebbe origine durante il soggiorno di quest’ultimo a
Napoli (vedi più sotto), e che tradisce pure, benché
meno spiccatamente, lo stile di lui, è quella di Ferdi-
nando II, che dopo l'abdicazione di suo padre Al-
fonso II, divenne re di Napoli. L’iscrizione della me-
daglia l’intitola: Dux Calabriae et Regis Alfonsifilius ;
questa dunque dovette essere fusa nel breve intervallo
fra l’incoronazione di Alfonso II, il 20 gennaio 1494,
e la sua abdicazione, il 23 gennaio 1495. L’atfinità di
essa, in quanto allo stile, con l’altra medaglia del Pfeffin-
ger salta subito agli occhi. 11 busto è tagliato nella
stessa maniera poco usata da altri medaglisti, e il modo
dell’acconciatura dei capelli, a ciocche parallele, come
anche la linea del contorno che scende irta dal mento
al collo, si ripetono similmente in ambedue le opere.

Nella primavera scorsa trovai nell’Archivio di Stato
fiorentino due lettere che forniscono qualche data per
la biografia di Adriano, ma per disgrazia non chiari-
scono per nulla la sua attività artistica. La prima di
queste lettere, indirizzata sotto la data del 18 settem-
bre 1493 da Ferdinando I re di Napoli a Piero dei
Medici, contiene una raccomandazione dell’artista. In
essa il re vanta le sue attitudini straordinarie e lo qua-
lifica da suo caro servitore — modo di parlare che
sembra accennare a relazioni intime fra il re e l’artista.

La seconda lettera fu scritta al medesimo indirizzo da
Adriano stesso, un giorno dopo la morte del re, il
25 gennaio 1494. Egli vi prega Piero dei Medici di
voler concedere al suo fratello minore, Amadeo, la par-
rocchia vacante di San Donato in Collina, nelle vici-
nanze di Firenze. Per dare maggiore appoggio alla
sua domanda, egli si richiama alla raccomandazione
del re Ferdinando, la cui lettera però, per un caso
disgraziato, non gli era stata trasmessa se non un
giorno dopo la morte di lui. Se il fratello Amadeo fosse
investito della prebenda in questione egli potrebbe
« aiutare se et quella povera vecchia di nostra madre
con certi nipotini » e così si potrebbe rimediare alla
« mala sorte che io et le gente mie hanno havuto per
il passato ». Prega, dunque, che Piero, peramore del
re defunto, voglia concedere il posto bramato « a quel
povero giovane di Ser Amadio ».

Se mi domando per (piali meritevoli servigi Adriano,
che probabilmente anzitutto fu adoperato dal re Fer-
dinando in qualità di fonditore di bombarde, avesse
potuto guadagnarsi una cosi calda raccomandazione
e un così alto posto nell’estimazione del re, mi vieti
da pensare che un busto in bronzo di quest’ultimo,
conservato ora nel Museo Nazionale di Napoli, possa
essere una sua produzione. Lo Schulz l’aveva ascritto
a Guido Mazzoni, forse perchè questi era stato oc-
cupato di lavori di scultura per le ville e palazzi
fabbricati da Alfonso II. Senonchè non si ha cono-
scenza che il Mazzoni abbia mai lavorato di bronzo,
e inoltre il busto in questione anche dal Iato stilistico
non offre nessuna affinità con le sue simili produzioni,
in ispecie coi ritratti della famiglia del re e di Giovanni
Pontano nel ben noto suo gruppo della Pietà nella
chiesa di Monte Oliveto. Il busto di Ferdinando,
all’opposto, somiglia in alcuni tratti alle altre opere
autentiche di Adriano. Vi si riscontra la stessa maniera
della modellatura dei capelli come nel busto di Dresda,
vi si scorgono pure le stesse rughe intorno agli occhi ;
nel busto di Napoli queste, è vero, coprono anche
gran parte della guancia, il che, del resto, si spiega
con l’età del re settuagenario. Anche la cesellatura
del manto del re e il disegno del fondo, su cui nel
busto di Dresda sta scritto il nome della persóna raf-
figurata, hanno certe analogie fra loro. Il busto di
Napoli, è vero, tradisce una concezione artistica molto
più libera; questa però per gran parte si deve all’ap-
parenza personale della persona raffigurata.

L’ultimo documento su Adriano fu rinvenuto nel-
l’Archivio fiorentino da Gaetano Milanesi. 1 In esso
« Adrianus ohm Iohannis de Magistris de Florentia rna-
gister sculture et faber » comparisce come testimone in
uno strumento notarile rogato il 24 di maggio 1499, e fa
fede che Buonaccorso di Vittorio Ghiberti stette, insieme
con lui, due anni e più ai servigi del signor Virginio Or-

1 Vedi al principio del présente articolo.
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