L' arte: rivista di storia dell'arte medievale e moderna — 22.1919

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n6

LUCIA LOPRESTI

il « refrain » mentale boschiniano. Nell'affanno
della sua esaltazione l'autore corre da un capo al-
l'altro della storia artistica di Venezia. Così egli
s'incontra con Giambcllino a cui non aveva pen-
sato dapprima:

Zambellin ha forrnà cose perfete
Col fondamento de la prospetiva
Che a i nostri zoi'ni più niun ghe ariva
Le è cose tropo degne e tropo elete.

L'accenno è mediocremente intelligente. Nelle
specchiate caldissime serie cromatiche lasciate da
Bellini il Nostro non rileva, per ora, che il « fonda-
mento della prospettiva ». E l'insistenza sulla ec-
cessivamente perfetta elezione e dicnità delle forme
ci comincia a far dubitare che Boschini non en-
trasse troppo nel significato della prima pittura
veneta.

Continuiamo: un'ultima botta a « Rafael » che
andò a imparare ia prospettiva per la sua scuola
d'Atene, da « missier Bramante » (vedete come
Boschini improvvisa corrispondenze stilistiche
quando si tratta di deprimere il nume della scuola
romana), copoi una rapida rivista grave d'affetto
quasi materno, dei principali pittori veneziani:
Carpaccio, Basaiti, Schiavone, Leandro da Bas-
sano, Paris Bordone, tutti pittori rappresentati
largamente nella galleria di Leopoldo arciduca
d'Austria, galleria riprodotta in acque .orti da. un
virtuoso di Fiandra. Ricordiamolo: Boschini era, un
intagliatore; e nel fornirci questa ultima notizia
lo spirito della sua arte gli sale alle labbra e si
effonde in un unico verso:

Farà quel negro un bel guardar, sul bianco...

uno di quei versi appunto in cui la peifezione fo-
nica e quella espressiva si uniscono in un insieme
di improvvisa indicibile solennità.

In questo primo canto si trovano moltissimi
spunti dei temi su cui il nostro autore imbastirà
tutte le sue divagazioni. Così, andando di seguito,
noteremo un accenno a Giorgione: « Zorzon...
mostrerà la maniera del dasseno » che tratteggia
sin d'ora nella nostra mente un abbozzo del si-
stema estetico boschiniano; e una prima esplosione,
a proposito della maniera schiavonesca, sulla ec-
cellenza della pittura d'impressione.

...O machie senza machia anzi splendori...-

Ma veniamo alla questione proposta in ultimo e
sviluppata con maggiore unità d'intenti e di forma.
L'Eccellenza all'ultima frase del Compare avanza
una obiezione che può ben essere comune a tutti
i lettori: Non è preferibile ad ogni altra la maniera
accurata e diligente di cui fu detto così gran bene
da tutti? L'autore si accinge a distruggere questa
opinione con grande ardore d'intendimenti e cerca

di ordinare il suo ragionamento come meglio può;
fornendo prove e riprove succedentisi anche in
ordine di tempo. Egli trascorre un'altra volta la
storia della pittura veneta, e si ricorda che nei prin-
cipi di essa (principi che per lui si identincano,

10 abbiamo visto, colle opere belliniane) le cose
eran vedute con occhio sottile e minuzioso. Era,
questa cura di particolari, quella che ora si chiama
diligenza? si domanda Boschini.

No, egli riconosce che c'era qualcosa di poten-
temente artistico in queste minuzie, che c'era
della solennità preziosa nella cernita di esse. Di
più egli non sa dire c riassume la sua approvazione
in un solo verso:

Onge e peli guardar gera permesso

E poco, ma pure queste brevi parole, così inde-
finite c sibilline come il nostro autore ama det-
tarle, ci fanno assai vivamente ricordare delle mi-
gliori opere della pittura veneta quattrocentesca
così superbamente placcata nei suoi indispensa-
bili e precipui particolari. Vorremmo credere che
Boschini abbia inteso dire: così era permesso ve-
dere unghie e peli — non in altro modo. — E
forse non sbaglieremmo. Tuttavia questo risa-
lire a tempi remoti è ora e sarà sempre nel corso
dell'opera, più il frutto di una ragione di utilità
documentativa, o di una troppo chiara esigenza
storica, che il risultato di una predilezione este-
tica dello scrittore. Poiché egli non ama, e lo ri-
proveremo in seguito, l'arte molto anteriore ai
suoi tempi; vedremo anzi come egli, così fatto
com'è, per l'armonico, fatale aspetto della sua
figura artistica, non la possa e non la debba amare.
E indoviniamo infatti qui un agile respiro di li-
bertà nella ripresa su Giorgione « che fa coi pe-
ndi al naturale ». Boschini — lo diciamo subito —
ha il merito di notare una differenza sostanziale
tra il pennello belliniano e quello giorgionesco.
Forse egli non avrebbe saputo dire precisamente
in che cosa consista questa differenza, e forse
egli ama Giorgione per quel primo sprazzo che vi
sorprende della ultima maniera veneta senza pen-
sare profondamente le ragioni e gli impulsi della
sua pittura. Ma già quando mai Marco Boschini ha
pensato «profondamente»? Qui egli si arrabbia,
e gliene siamo grati, contro coloro che confondono
Leonardo con Giorgione e dicono questo seguace
di quello. E un errore di cui, pur riconoscendone
la grossolanità, si riesce ad afferrare la ragione di
esistenza in tempi in cui quei fenomeni artistici
non potevano essere posti a conveniente distanza.

11 nostro autore chiama in suo aiuto l'autorità del
Borghini, e conclude con una forza che gli fa onore:

Dove el Vinci xe sta, no xe sta mai
Zorzon, ne l'Vinci dov'è sta Zorzon
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