L' arte: rivista di storia dell'arte medievale e moderna — 22.1919

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LEON BATTISTA ALBERTI E LA CRITICA D'ARTE

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loggia dello spedale di Bonifazio Lupi una Nostra
Donna con certi Santi di maniera sì colorita,
ch'ella si è insino ad oggi molto bene conservata b,1
ed egli stesso, parlando del suo maestro Agnolo
Gaddi, lo loda appunto perchè di più vago colore
che non Taddeo (c. 67).

Ma è anche certo che egli non fu capace di una
propria e forte concezione d'arte entro cui diri-
gere e stringere la propria attività.

Onde, come pittore, secondo che dice il Vasari,
« non gli riuscì forse imparare a perfettamente
dipingere »a e come trattatista egli si rivela uno
studioso che ama e s'interessa d'ogni forma d'aite,
ma senza un suo particolare mondo artistico.
Anzi, non solo da tutte le correnti del suo tempo,
ma anche si lascia prendere da ciò che non è più.
Oliando infatti insegna come indorare una statua
di marmo, dice egli stesso: « non che s'usi, ma per-
chè io n'ho gustato» (c. 174). Era dotato quindi
di qualità più da studioso che da critico e da arti-
sta. Così egli seppe dalla pura tecnica salire alla
meditazione filosofica sull'arte, ma non vivere o
far vivere intensamente l'istante fantastico d'una
singola opera d'arte. Egli, che scende a notare la
qualità delle materie coloranti più che dei colori,
s'innalza poi a chiedersi che cosa sia pittura. « E
questa è un'arte che si chiama dipingere, che con-
viene avere fantasia e operazione di mano, di tro-
vare cose non vedute, cacciandosi sotto ombra di
naturali, e fermarle con la mano, dando a dimo-
strare quello che non è, sia » (c. 1).

1 Vasari, Vita d'Agitolo Gaddi.

2 Vasari, ibid., op. cit.

La definizione è così alta che è sola; è così
bella che si distingue come luce da tenebre dalle
numerose del Quattrocento, da quella ad es. di
Giorgio Vasari: « La pittura non essendo altro che
un contraffare tutte le cose de la natura vive,
col disegno e con i colori, semplicemene come ci
sono prodotte da lei, ne deriva che, chi più per
fettamente consegue, si può dire eccellente ». Per-
ii Cennini « le cose della natura vive » non sono che
il caos entro cui la fantasia distingue ed ordina,
come il creatore, luce ed ombra. Eppure il Vasari
aveva letto il Libro dell'arte!

Nè solo, ma nel giudicare il suo alunno nella
opera del dipingere, giunto al punto in cui Teofìlo si
ferma, egli sente che rimane ancora cammino e,
per 0 continuare il viaggio di detta scienza » (c. 27),
viene a parlare dello stile. E qui egli ebbe una bella
intuizione. Sembra che egli abbia compreso tutta
la differenza che correva tra l'arte medioevale o
la nuova, che era interpretazione della realtà.
E un artista interpretava in un modo e un altro
in un altro: e ciascuno aveva pertanto il suo stile e,
come egli dice, « la sua maniera o su' aria » (c. 27).
Era la prima volta che si pronunziavano tali pa-
role: non potevano essere retorica. Onde può bene
il Toesca1 rimproverarlo d'aver dato un brutto
consiglio agli artisti nel dir loro di seguire la ma-
niera di un maestro, ma il Cennini può vantarsi
d'avei compreso per il primo cosa fosse stile e
come lo stile fosse la caratteristica della nuova
arte interpretatrice della natura.

(Continua) Giacomo Vesco.

1 Toesca, op. cit., p. 27.
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