L' arte: rivista di storia dell'arte medievale e moderna — 22.1919

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LEON BATTISTA ALBERTI E LA CRITICA D'ARTE

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l'opera d'arte; e ricercò dentro di noi, nella nostra
facoltà fantastica l'origine e la fonte dell'arte. La
fantasia innanzi alle forme scomposte si sente ecci-
tata all'inconscio sogno artistico: la materia in-
forme la invita all'opera di creazione. Mentre poi
con Pomponio Gaurico l'arte nasce asservita allo
scopo (rationem) di perpetuare la memoria di co-
loro che hanno compiuto alcun che di grande
e di eccitare alla imitazione delle virtù degli effi-
giati; con l'Alberti l'arte nasce libera per soddi-
sfare ad un intimo bisogno dell'animo, alla facoltà
artistica che l'uomo porta in sè, così come sulla
pianta sorge spontaneo il fiore. Leon Battista aveva
colto sì bella verità che essa non sfuggì a Leonardo
il quale consiglia appunto l'artista di eccitare la
fantasia a visioni pittoresche osservando macchie
di muro ed altre simili cose, « dove — dice l'Al-
berti — la natura medesima pare si diletti dipi-
gniere ipocentauri et più facce di re barbate et
chrinite ». « Non isprezzare questo mio parere,
nel quale ti si ricorda che non ti sia grave il fermarti
alcuna volta a vedere nelle macchie dei muri, o
nella cenere del fuoco, o nuvoli o fanghi od altri
simili luoghi, nei quali tu troverai invenzioni mira-
bilissime che destano l'ingegno del pittore a nuove
invenzioni».1 Così, viaggiando, il rumore indistinto
del treno «suscita nella fantasia combinazioni musi-
cali che non troveremmo nella quiete. L'Armellini
volle qui vedere l'origine delle grottesche; ed os-
serva finemente come le immagini, che così si su-
scitano, non è che siano così in quelle macchie, « ma
si creano da sè nell'intelletto nostro, il quale, va-
riando in quei ghiribizzi, pare che con diletto si
goda di queste forme ».2 Tutto sgorga dalla nostra
attività spirituale; l'oggettività esterna è, in sò,
incapace di qualsiasi vita e bellezza.

Ma era più diffìcile vedere come anche innanzi
agli esseri viventi di natura la fantasia doveva
compiere lo stesso lavorio. Occorreva maggiore
riflessione per comprendere che l'opera d'arte è
sempre creata dallo spirito; che una bella e vi-
vente creatura non era per l'artista più di quei
muti corpi [mutis corporibus) di cui dice l'Alberti.
Pochi dubitarono come Michelangiolo ;

Dimmi di grazia, amor, se gli occhi miei
Veggono il ver della beltà eh' io miro,
O s'io l'ho dentro il cor, eh'ovunque io giro
Veggio più bello il volto di costei. 3

1 Leonardo da Vinci, Trattalo della Pittura, Lanciano,
1913, numero 63.

2 Armenini, Dei veri precetti della pittura, Venezia,
1768, capitolo XII.

3 M. Buonarroti, Rime e Lettere, Firenze, 1908,
Sonetto XI.

In genere si diffuse nel 400 e nel 500 l'opinione
che l'arte fosse imitazione; e nel giudicare le opere
d'arte si pretendeva di prendere come pietra di
paragone la natura. Sarebbe una stanchezza inu-
tile passare in rassegna tutti i giudizi così fondati.
Sono riassunti dal Dolce con una formula identica
a quella di Giorgio Vasari « Dico adunque la pit-
tura, brevemente parlando, non essere altro che imi-
tazione della natura: e colui tanto più è migliore e
più eccellente pittore quanto maggiormente le
sue pitture s'assomigliano alle cose naturali ».1

Ma ogni opinione ha sempre le sue sfumature:
rilevare queste non è forse inutile. Di fronte a
quelli che, come il Pacioli, il Varchi, il Lamo, por-
tano questo concetto all'estremo, sino a volere
poche figure in una pittura perchè non è verosimile
che in un tempo si presentino innanzi molte per-
sone, vi sono altri a cui sembra che l'arte possa di
più della natura, Politilo parla della « temeraria
aemulatione della natura ». E lo stesso Dolce:
« Deve il pittore procacciare, non solo di imitare,
ma di superare la natura. Dico superare la natura
in una parte, chè nel resto è miracoloso, non pur
se vi arriva, ma quando vi s'avvicina. Questo è
in dimostrare col mezzo dell'arte in un corpo solo
tutta quella perfezione di bellezza, che la natura
non vuol dimostrare a pena in mille».2 È questo il
concetto che l'arte debba raccogliere le bellezze
sparse nei vari corpi. Era nato nell'antica Grecia
dopo che Zeusi a dipingere la Venere di Crotone ave-
va scelto le cinque più belle vergini della colonia.
Il fatto è ricordato anche dall'Alberti. « Zeusi
elesse cinque fanciulle per torre da queste qualun-
que bellezza lodata in una femmina ». Se si dovesse
badare solo ad alcune espressioni noi potremmo ri-
tenere l'Alberti un naturalista convinto. « Niuno
dubiti, capo et principio di questa arte et così
ogni suo grado a diventare maestro, doversi pren-
dere dalla natura ». E consiglia a non imitare pit-
ture d'altri, perchè « chi dipinse si sforzò ripresen-
tarti cosa, quale puoi vedere nel nostro quale di
sopra dicemmo velo, dolce et bene da essa natura
dipinto... ad quale imitarla si conviene molto
avervi continovo pensieri et cura ». Benché nel
disporre i modelli già entri un poco l'opera dell'ar-
tista, non si può tuttavia negare la crudezza delle
parole dell'Alberti.

Ma è bene vedere subito un altro passo in cui
v'ha di più e v'ha di meno. Egli loda persino il
coraggio di chi imita la natura, « chi da essa natura
s'auserà prendere qualunque facci cosa »; e con-
tinua: « Qual cosa quanto sia dal pictore a ricer-
carla, si può intendere, ove poiché in una istoria

1 L. Dolce, L'Aretino, Lanciano, 1913, pag. 12.

2 L. Dolce, op. cit., p. 43.
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