L' arte: rivista di storia dell'arte medievale e moderna — 22.1919

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LEON BATTISTA ALBERTI E LA CRITICA D'ARTE

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fecto nelle sue sculture al pari degli statuari]
antichi greci, fece le teste maravigliosamente bene,
et ogni parte ignuda; non era in lui altro manca-
mento se non che le sue statue erano un poco
corte ».*

Ma egli aveva gentilissima aria nell'opere sue;
e Giotto « arrecò'l'arte naturale e la gentilezza con
essa ». L'aria gentilissima è lo stile: per esso la
realtà si ricompone e diviene espressione di un tem-
peramento: in esso la ragione di tutti diversissimi
capolavori d'arte compiuti e in esso l'arte ha
l'inesauribile sorgente delle sue libertà future.
La spaventosa raccolta delle belle membra non
avrebbe mai giovato a Zeusi, se, come dice l'Arme-
nini, « oltre la tanta diligenza che egli usò, non
avesse posseduto da s^ singoiar maniera..., né
saria men stato a quella perfettione che di prima
egli si era imaginato ».2 Così, egli continua, solo
i pittori di mediocre ingegno han saputo fare ri-
tratti « che punto non si muti, nè con linee nè con
colori del proprio esser loro »; ma « quanto più gli
uomini sono stati profondi nel disegno essi tanto
meno han saputo fare i ritratti... il che avviene per
cagione della loro buona maniera antica, con la
quale essi esprimono tuttavia ogni lor cosa ». Ecco
qui significato chiaramente come lo stile trasformi
la realtà per renderla espressiva, perchè fermi la
fantasia dell'artista. Di quanto lo stile allontana
« dal goffo e debole di natura», dall'oggettività,
di tanto cresce la forza d'espressione. La realtà si
ricompone docile e si rianima al fiato del nuovo
creatore: l'artista.

* * *

ÌSel M. E. la persona dell'artista non esisteva.
Come un grande sogno l'arte doveva invadere
l'animo dell'uomo, « Piena fide, crede — dice
Teofilo — spiritum Dei cor tuum implessc cum
eius ornasti domimi tanto decore, tantaque ope-
rimi varietate, et ne forte diffidas, pandam evi-
denti ratione quidquid discere, intelligere vel-
exeogitare possis artium, septiformis spiritus
gratiam tibi ministrare ».3 Era come un'ispi-
razione [dall'alto: la stessa che nell'antichità
si diceva alzare i poeti al Parnaso d'Apollo e delle
Muse. Ora invece l'uomo rimane sulla terra, ma
per la grandezza della sua opera si sente egli stesso
creatore e dio. « Adunque, — dice l'Alberti, —
in sè tiene questa lode la pictura che qual sia ple-
tore maestro vedrà le sue opere essere adorate
et sentirà sè quasi giudicato imo iddio ». Conce-

1 L. Ghiberti, I Commentava, ed. Schlosser, Ber-
lino, 1912, II, cap. 17.

1 Armenini, op. cit., L. II, cap. 3.

3 Teofilo, Schedula, prologo del libro III.

zione novissima e che si opponeva all'Antichità
e al Medioevo.

L'arte non è più un mestiere, non è più opera
manuale. Non ogni uomo può accedervi. « Alcuni
sono, dice già il Cernimi, che per povertà e necessità
del vivere seguitano, sì per guadagno e anche per
amor dell'arte; ma sopra tutti da commendare è
quelli che per amore e gentilezza all'arte predetta
vengono ».' Perchè la gentilezza dell'animo doveva
passare nell'opera. Pomponio Gaurico vuole che
l'artista sia ricco di fantasia, « qui videlicet dolentis,
ridentis, aegrotantis, morientis, periclitantis et
eiusmodi infinitas animo specics imaginetur «.2 Non
è questa la fantasia propria al pittore; ma è pure
degno di nota l'esigenza di tal facoltà. Leonardo
osserva come molti sono che, hanno desiderio ed
amore, ma non hanno disposizione: artisti mediocri,
non si può essere.3

Come poi le api nutriscono con altro nettare colei
che sarà regina, cosi, in questa età, una singola-
rissima educazione si vuole impartita all'artista.
Egli deve essere ammaestrato in tutte le arti li-
berali: «Bisogna che lo scultore sia di grande inge-
gno et disciplina. Et conviene che illitterato sia et
sia docto in prospettiva ».+ Notata la parentela tra
le varie arti, si vuole che il pittore si diletti dei
poeti: P. Gaurico dice di non riuscire a compren-
dere come gli uni possano stare senza degli altri.
L'Alberti riconoscendo come i poeti e gli oratori
« ànno molti ornamenti comuni col pictore » e
ricordando come Fidia confessasse aver imparato
da Omero, conclude: « Così noi studiosi d'imparare
più che di guadagno, da i nostri poeti impareremo
più et più cose utili alla pictura ». E poesie chiamava
Tiziano le sue pitture. Perchè poi tutti concordano
nell'esigere nell'artista qualità morali in altissimo
grado? « Et philosophia compie lo scultore con
magno animo, acciò che non sia arrogante, più
tosto agevole et umile et fedele et sanza avari-
tia ».5

Tutto bisognava dare all'arte: l'intelletto e il
cuore, la vita stessa: « acciocché la prosperità del
corpo non guasti quella dell'ingegno, il pittore
ovvero disegnatore dev'essere solitario, e massime
quando è intento alla speculazione ».6 Quest'essere
privilegiato doveva vivere lontano e sopra lo
sciocco mondo. Michelangiolo spiega che i poeti
sono insociabili, non già per orgoglio, ma perchè
trovano pochi spiriti degni della pittura, « per non

1 Cennini, Il libro dell'arte, Lanciano iyi3» cap. II.

2 P. Gaurico, De sculptura liber, cap. I.

3 Leonardo, Trattato della Pittura, n. 49.

4 Ghiberti, I Commentarli, I, cap. 2.

5 Ghiberti, I, cap. 22.

6 Leonardo, Trattato, n. 48.

L'Arte. XXII, 14
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