L' arte: rivista di storia dell'arte medievale e moderna — 22.1919

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GIACOMO VESCO

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d'una cosa in un'altra è di natura di linea mate-
matica, ma non linea ».* Per Leonardo era venuto
meno l'equilibrio del chiaroscuro statico c plastico;
la luce e l'ombra riprendevano la loro eterna con-
tesa; e le sue figure si movevano nello sfumato.2
Ma l'arte dell'Alberti non conosceva, nè voleva
conoscere questo nuovo elemento artistico; ond'egli
si volse alla linea.

La linea guida il suo occhio a distinguere le
superfici: per suo mezzo l'una si individualizza
o s'accorda con l'altra; l'orlo, ossia la linea è delle
superfici una qualità perpetua, non le abbandona
mai: « mutato l'andare dell'orlo la superficie muta
faccia et nome ». E ancora egli vede che ogni
superficie « ci si dimostra con sue linee lumi et
ombre ». È adunque la linea un elemento ben vivo
nell'arte dell'Alberti; e alla linea egli chiede di
attuare il movimento. Parlando della circoscri-
zione delle masse o disegno, egli consiglia di eser-
citarsi veementemente. Perchè questo, se non perchè
la linea non istagni un minuto, ma scorra come
torrente in piena, che fugge e si cerca la propria
via? E quando tratta delle cose della natura morta,
che debbono animarsi di tutti e sette i movimenti
da lui distinti, gli piace che « nascano le pieghe
come al tronco dell'albero i suoi rami ». La vivezza
dell'immagine ci rapisce quasi gli occhi dietro le
linee impazienti e fuggitive.

Linea e piano plastico debbono però bilanciarsi:
se la linea prevale, ceco chel'opera d'arte si riduce
all'astrattezza calligrafica e vien meno. « Io dico
dotti et non dotti loderò quelli visi, quali come
scolpiti parranno uscire fuori dalla tavola; et bia-
simerò quelli visi, in quali vegga arte ninna altra
che solo forse nel disegnio ». Aveva l'Alberti
coscienza della difficoltà di mantenere l'equi-
librio tra linea e piano plastico. Molti artisti in-
fatti, pure sensibilissimi, in non poche opere loro,
lo perdettero di vista e caddero nella vuota calli-
grafia, così in pittura che in iscultura. Come non
ricordarsi del Ghiberti e del S. Giovanni Battista
per Or San Michele?

* * *

La pittura considera solo il moto nello spazio:
« noi dipintori... solo riferiamo di quel movimento
si fa mutando il luogo ». Perchè solo questo è
elemento visivo proprio dell'arte figurativa. L'Al-
berti distingue sette movimenti, anzi sette vie;
poiché il movimento in pittura non può essere
che suggerito, egli si riporta subito a ciò che lo

1 Leonardo, Trattato della Pittura, Lanciano, 1913,
ri. 476-

2 Lionello Venturi, La critica e V'arte di Leonardo
da Vinci, Bologna, 1919.

suggerisce, alla via, alla direzione della linea.
« Qualunque cosa si muove da luogo può fare sette
vie; in su, uno; in giù l'altro; in destra il terzo;
in sinistra il quarto; colà lunge movendosi di qui
e di là movendo in qua; et il settimo andando
atorno ». Questa distinzione è analoga a quella
dei colori di cui vedremo più avanti. Innumeri
combinazioni possono moltiplicare all'infinito così
i colori come i movimenti: la fantasia ha quindi
mille sfumature per manifestarsi. Quanto più questi
movimenti saranno espressivi e più toccheranno
l'animo dell'osservatore. Disse Michelangelo che
« la vera pittura... è una musica ed una melodia che
solo all'intelligenza si rivela e non senza difficoltà ».*
L'Alberti è contemplatore sereno innanzi al musi-
cale accordo dei piani quando vede « nascere dalla
compositione delle superficie quella grafia nei corpi
quale dicono bellezza »; ma egli ama pure il flut-
tuare del sentimento che accompagna la contem-
plazione artistica pura. « Poi moverà l'istoria
l'animo quando li huomini ivi dipinti molto
porgeranno suo proprio movimento d'animo ».
L'espressione del sentimento non è per l'Alberti
estranea all'arte, ma non ne è diretto e primo fine.
Gli elementi propri della pittura, la linea, la forma
il colore, pur volgendosi al sentimento, debbono
cercare anzitutto nel loro accordo, nella loro armo-
nia visiva il loro immediato fine. Solo da questo
derivano ragione e legge. Non possono soffrire altro
intento senza perdere con la libertà la vita. Ond'è
che l'Alberti parla dapprima dei moti nello spazio,
dei moti in sé, come puro elemento decorativo del-
l'istoria e solo in seguito, quasi fosse un fine se-
condario, o per lo meno dal primo ben distinto,
viene a dire come tali moti quando siano capaci
di svegliare i nostri ricordi, di sollevare il volo
alle nostre speranze, di squarciare insomma l'an-
gusto ed immobile presente, allora essi avvincono
forte l'osservatore.

Del resto l'espressione è sempre determinazione
e mentre rapisce alla fantasia l'ampiezza della
libertà decorativa, anche non sa accontentare, nei
suoi limiti, l'animo nostro infinito.

Per questo l'Alberti non tanto chiede l'espres-
sione quanto è vago della suggestione, che non
costringe la fantasia e l'arte e sola può saziare
l'animo umano.

Si rappresentino sempre, egli dice, « cose molto
prompte et quali lassino da pensare più che non si
vede ». Cose molto prompte: accenni, sospensioni,
mistero. È la forza suggestiva dell'arte che apre
all'immaginazione vie da percorrere, che porge
alla fantasia sogni da sognare. Nell'antichità Ti-

1 Francisco de Hollanda, Quatre dialogues sur la
peinture, Parigi, 1911, I.
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