L' arte: rivista di storia dell'arte medievale e moderna — 22.1919

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LEON BATTISTA ALBERTI E LA CRITICA D'ARTE

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tiamo urtati da quei moti che prima, ci apparivano
dolci e naturali.

Avrebbe l'Alberti detto lo stesso che il Filarete?
I Officile rispondere. Quel che è certo si è che egli
è perfetto nella sua concezione: quei movimenti
furiosi, trasportati nella calma della visione pla-
stica, egli li vedeva ingrati, come di uno scheletro,
La nitidezza, e la sicurezza della forma amava la
compostezza dei movimenti. « Et conviensi alla pit-
tura avere movimenti soavi et grati, convenienti ad
quello ivi si facci. Sieno alla vergini movimenti
et posari ariosi, pieni di semplicità, in quali piut-
tosto sia dolcezza di quiete che galliardia ». Non
è che tale arte non possa fare suo oggetto le grandi
passioni ed i grandi movimenti d'animo; non
è che tale arte debba limitarsi a rappresentare la
dolcezza delle vergini, no, essa è anzi universale.
« Et cosi a ciascuno con dignità siano i suoi movi-
menti del corpo ad esprimere qual vuoi movimento
d'animo; et delle grandissime perturbazioni del-
l'animo, simile sieno grandissimi movimenti delle
membra ». Tutto quindi può entrare in quest'arte:
la gioia tranquilla come il fremito della passione,
la. dolcezza muliebre e lo scoppio della forza;
ma tutto deve essere contenuto dalla compostezza.
Poiché la parola simile non vuol già dire che nelle
grandi perturbazioni dell'animo sia lecito abbando-
narsi al moto sfrenato; ma che anzi, anche in questo
caso, vi deve essere dignità e ritegno.

Del resto questa limitazione non toglie, ma. ac-
cresce forza: il movimento che si trattiene prima
di sprigionarsi ha. maggior effetto sul nostro animo.
L'uragano non è cosi potente come il momento di
calma che lò- precede: anche il moto trattenuto è
suggestione. « Sieno i movimenti ai garzonetti
leggieri, giocondi, con certa demostrazione, di
grande animo et buone forze. Sia nell'uomo movi-
menti con più fermezza ornati, con belli posari et
artificiosi ». I movimenti leggeri e giocondi debbono
promettere grande animo e buone forze, e i movi-
menti virili debbono lasciar scorgere dietro la loro
calma, la fermezza e l'energia, tutta l'intensa vita
dei trenta anni. Mentre adunque l'artista plastico
tiene fede al suo ideale, raggiunge una straordi-
naria forza di suggestione. Come rifulge qui la vera
indipendenza dell'arte, che non imita la natura,
che non si piega ad alcun fine estraneo, ma cerca
in sé, nell'armonia dei suoi elementi ogni fine ed
ogni mèta.

Il pensiero dell'Alberti trova pochi anni dopo chi
lo concreta in una formula precisa e ne fa legge.
Pomponio Gaurico nota come, dei movimenti,
alcuni sono primi, « ut quum incipimus moveri.
Quidam medii, quum intra initium finemque ver-
satur. Quidam ultimi quum ad finem fere perve-
neriut, needum firmantur: si cnim firmarentur

status quidem dicendi essent, non motus. Quave
tt itti status laudantitr quei vel a motibus jacti vide-
bunlur vel in motus transìerint ». Stasi adunque
che fremono di movimenti, moti che nell'accordo
e nel compenso trovano equilibrio e riposo finale.
L'arte non deve solo rigettare il moto scompigliato
e libero, ma non deve neanche cogliere il movimento
nella sua massima espansione, ma nel momento sug-
gestivo del suo inizio. Aveva Pomponio veramente
compreso il valore del moto in arte, figli che nota:
«status micie dictae statuae », non ne trae poi la
conseguenza che le opere di scultura debbano essere
prive di moto, ma quest'altra che i loro movimenti
debbono essere costretti da compostezza statica.
E la felice intuizione splende come perla tra le
molte futilità del suo De sculptura liber.

Una maggiore riflessione aveva portato Pom-
ponio Gaurico a, sollevare la particolare concezione
artistica dell'Alberti a canone generale. Poiché
questo comprimere i movimenti che si vogliono
sferrare, questa statica fatta di movimenti non
era solo richiesta dalla forma plastica, ma ri-
spondeva mirabilmente a l'ideale che l'arte fosse
contemplazione. Come proiettati nel passato, nel
velo del ricordo, i dolori e le gioie han lo stesso co-
lore, così le convulsioni tragiche, nella contem-
plazione artistica, si compongono in quiete. 11
Ruskin distingue due vedute in arte: l'ima dram-
matica, quando l'artista partecipa e vive del
dramma che rappresenta; l'altra contemplativa,
quando l'artista guarda la sua visione di lontano,
come in una calma serenità. Sembrerebbe non vero,
pure, solo quest'ultima è — nel significato che
alla parola dà il Landino — veramente univer-
sale. Mentre la prima si restringe a ciò che ha inte-
resse psicologico, tutto può essere assorto nella
contemplazione di quest'ultima: la calma e la tra-
gedia, il dolore e la gioia, quasi direi, ciò che è
poesia e ciò che è scienza.

E a quest'ultima appartiene Leon Battista Al-
berti! « ... però usai di dire tra i miei amici, secondo
la sentenza dei poeti, quel Narcisso convertito in
fiore essere stato della pictura inventore ». Le vi-
cende liete e dolorose di Narciso, la lotta che amore
accende attorno la bellezza, l'interno tumulto e
la furia della passione, la tragica fine, tutto, an-
che il pianto delle Naiadi, è passato. Non rimane
più che un fiore nel mattino puro e tranquillo;
e le lacrime sono rugiada in cui sorride il sole.
L'arte è lirica, è contemplazione pura!

* * *

Prima di passare a Padova nel ginnasio di
Gasparino Barzizza, L. B. Alberti fu alcuni anni a
Venezia, dove il padre Lorenzo aveva aperto una
fattoria commerciale. Là sulla laguna, dove gli
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