L' arte: rivista di storia dell'arte medievale e moderna — 14.1911

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CRONACA

parole, è rimasto nel mio animo; soltanto mi si con-
senta di respingere un’accusa, che la stessa lealtà del-
l’onorevole ministro troverà non giustificata.

« Quando, dopo sette anni di vane promesse da
parte del Ministero, diedi le mie dimissioni da un uf-
ficio, non retribuito e non dipendente dal Ministero,
poiché noi siamo eletti dal Consiglio accademico, ob-
bedii, non già ad un sentimento di ribellione o d’in-
disciplina, come ebbe ad affermare il ministro, ma
soltanto ad un sentimento di sfiducia. Io speravo che
altri, al mio posto, avrebbe potuto con maggiore au-
torità della mia far rispettare le troppe ripetute pro-
messe. Del resto la disciplina più vera e maggiore,
onorevole ministro è quella di mantenere le proprie
promesse. Ed ella le ha mantenute e gliene do lode,
come le darò lode quando vorrà anche presentare la
legge per il riordinamento dell’insegnamento artistico.
Negli Istituti di belle arti, alcuni vorrebbero escludere
la parte tecnica dell’insegnamento pittorico, altri vor-
rebbero ritornare ai vecchi metodi delle antiche Ac-
cademie. Ora se negli Istituti e nelle Accademie si
escludono gli insegnamenti superiori, tanto vale tra-
sformarli in scuole d’arte applicate all’industria. Agli
Istituti e alle Accademie — forse per antipatia al vec-
chio vocabolo — si è mostrata contraria anche la Com-
missione di epurazione della Minerva...

« Crf.daro, ministro dell’istruzione pubblica. Com-
missione d’inchiesta.

« Molmenti. . . .appunto : è stato un lapsus linguae..
E francamente io sarei in teoria d’accordo con la Com-
missione, perchè se si vogliono abolire gl’istituti e le
Accademie così come sono ordinati, non sarebbe un
gran male. Soltanto è lecito domandare : che cosa vi
si sostituisce? Le case dell’arte, si risponde, le scuole
libere, dove artisti celebrati possono raccogliere in-
torno a sé giovani volonterosi da sorvegliare più che
da dirigere, da aiutare col consiglio, ma più da spin-
gere innanzi coll’esempio. In altri termini la bottega
dei vecchi tempi, la bottega del glorioso Rinascimento
italico. Senonchè i tempi e le condizioni dell’arte sono
radicalmente mutate. Nei vecchi tempi i municipi, le
congregazioni religiose, le consorterie delle arti, i pri-
vati erano mecenati munificenti, e gli artisti col pen-
nello ardito e fecondo, aiutati dai loro discepoli, riem-
pivano le vaste pareti delle chiese e dei palazzi. Ora
il pittore misura la tela a centimetri, ed impiega pa-
recchi mesi per dipingere il quadretto, che si o no
venderà, perchè vada ad adornare le odierne piccole
stanze borghesi. Non conosce le condizioni odierne
dell’arte, chi sogna di far risorgere la vecchia bottega,
dove una legione di discepoli era appena sufficiente
ad aiutare il maestro, affaccendato in cento com-
missioni.

« A proposito d’arte mi si consenta ricordare una
strana teoria enunciata in quest’aula da un altro mi-
nistro dell’istruzione, il quale notava che la coscienza

artistica italiana si è fatta in quest’ultimi tempi più
nervosa e vi è un eccesso di sentimentalismo artistico
che rasenta la snobismo. Ma è vero ciò? Pare a me,
deve sembrare a tutti, che il mondo trasformandosi
inuna immensa officina, abbia anche trasformata quella
bellezza molteplice, che formò un giorno la gloria
della nostra Italia. Fra le ansie della speculazione e
le abitudini della vita nevrotica, la società va perdendo
ogni senso estetico. Altro che sentimentalismo arti-
stico! L’odierna borghesia, intesa agli interessi mate-
riali, affetta, anzi, un olimpico disprezzo per le inu-
tili esigenze dell’arte. E questa indifferenza ha gua-
dagnato anche quelli cha dovrebbero essere i supremi
rettori dell’arte. Onde non sembrerà inutile ch’io ri-
volga poche domande al ministro, per averne, io spero,
risposte rassicuranti. Non si sarà dimenticato conte il
primo magistrato di Roma, respingendo in pubblico
Consiglio comunale, il giudizio del Consiglio supe-
riore di belle arti contrario al congiungimento dei pa-
lazzi capitolini, 1 abbia detto con tono reciso, quasi
di dispregio, che a malgrado degli artisti, quel pro-
getto si sarebbe effettuato, come si sarebbe tradotto
in realtà anche l’infelice progetto di piazza Colonna,
giacché al disopra dell’autorità degli artisti stava l’au-
torità del Municipio, il quale poteva fare quel che meglio
gli piaceva. Non discuto la forma di questa afferma-
zione ; soltanto mi permetto di osservare che questa
affermazione implica una questione di massima, che
non può non preoccupare chiunque abbia il culto e
l’amore di questa nostra antica patria.

« Non è esatto che per quanto concerne i palazzi
Capitolini, che sono monumento nazionale, il Muni-
cipio possa sottrarsi alle leggi che gl'impongono il
rispetto alle deliberazioni del ministro della pubblica
istruzione, ma è pur troppo vero che, per quanto ri-
guarda piazza Colonna, il cui progetto rientra nel
piano regolatore della città, il Municipio ha una li-
bertà d’azione, per vero dire, assai malaugurata. Ora
questa licenza (non profaniamo la bella parola di li-
bertà), questa licenza del Comune di fare e disfare a
proprio piacimento, non è soltanto un caso isolato.
Dalle maggiori città italiane, insigni per monumenti
maravigliosi, alle città minori, che pur quasi tutte van-
tano qualche notevole monumento, dovunque imper-
versa il turbine devastatore del piccone demolitore,
della calce, del rettifilo (Approvazioni).

« Il pensiero ricorre con tristezza alla rinnovazione
del centro di Firenze, che ha distrutto le venerande
dimore dei Vecchietti, dei Della Luna, dei Medici,
degli Ami dei, dei Cavalcanti, dei Brunelleschi, i primi
abitatori illustri della città. Se, fatta l’espropriazione
generale, si fossero distrutti i depositi di merci sporche,
si fossero demolite le costruzioni superflue che s’erano

1 II Ministro rispondendo diede la formale assicurazione che
il congiungimento dei palazzi Capitolini sarà tolto non appena finita
l’Esposizione.
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