L' arte: rivista di storia dell'arte medievale e moderna — 14.1911

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FEDERICO ZUCCARI

Roma, ove con le opere di Raffaello e di Michelangelo l’arte monumentale del Cinque-
cento aveva trovata la sua più alta espressione, accoglie, prima ancora della morte del
Buonarroti, i germi che condurranno alla decadenza: vivente Michelangelo, lavorava nella
città Taddeo Zuccari e vi lavorava la innumerevole coorte dei Manieristi fiorentini, bolo-
gnesi, romani, che, non informando le loro opere all’osservazione della natura, nè essendo
penetrati da un forte idealismo, avevano perduto il sentimento del colore, della morbidezza
delle carni, dell’armonia della linea. L’arte nuova si appoggia alla grande arte del periodo
che l’ha preceduta, ma non la sente: gli schemi formali sostituiscono l’ispirazione diretta,
l’accademismo trionfa, lo spirito del Rinascimento italiano non l’anima più. La grazia, il
senso della misura, l’euritmia della composizione in Raffaello non sono compresi più a
fondo della sublime audacia, della profonda compenetrazione del pensiero col disegno proprie
di Michelangelo.

Raffaello impersona per i Manieristi il grande stile decorativo — gli affreschi delle
« Stanze » e delle « Logge » sono, fra le sue opere, la fonte più comune per loro — e la
facilità, esaltata dal Dolce, è la dote che soprattutto essi ammirano in lui, e cercano di
raggiungere, scambiandola troppo spesso con la trascuratezza nel disegno o nell’esecuzione.
Solo alcuni elementi dell’arte del Sanzio sono ripresi da questi suoi tardi seguaci : l’uso dei
ritratti nelle composizioni, spinto ora all’eccesso, il principio architettonico nell’aggruppa-
mento, che però subisce profonde alterazioni, il parallelismo degli atteggiamenti, lo studio
del contrasto : « Ma in tal parte « dichiara l’Aretino, a proposito della varietà, nel dialogo
di Ludovico Dolce 1 « é ancora da avvertire di non incorrer nel troppo ; perciocché sono
alcuni che avendo dipinto un giovane gli fanno allato un vecchio o un fanciullo, e così
accanto una giovane una vecchia, e parimenti avendo fatto un volto in profilo, ne fanno un
altro in maestà, e con un occhio e mezzo... Se avranno fatto un uomo volto in ischiena,
ne faranno subito un altro che dimostri le parti dinanzi, e vanno sempre continuando un
tale ordine »,

Sullo schema delle composizioni del Maestro infinite altre composizioni sorgono, ma
invano si cercherebbe in esse lo spirito di lui. Quando Taddeo Zuccari, nel « Concilio di
Trento »,2 imita, giungendo quasi al plagio, la « Disputa », mostra chiaramente di non
intendere il ritmo raffaellesco della linea. Lo schema della composizione deriva da quello
dell’Urbinate, come molti motivi: il dottore di teologia che, accanto all’altare, solleva la
mano con l’indice accennante in alto; il frate che, volgendosi a parlare al compagno, indica,
con due dita distese, il centro della scena ; l’altare con l’ostensorio nel mezzo, i libri sparsi
sui gradini; ma, mentre nell’affresco delle Stanze, le linee s’inseguono a onde, adagiandosi

1 Dialogo della pittura, Milano, 1863, pag. 39.

2 Palazzo Farnese di Caprarola. Grande affresco

nella Sala del Concilio.
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