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L' arte: rivista di storia dell'arte medievale e moderna — 1.1898

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https://doi.org/10.11588/diglit.24143#0217

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ARTE CONTEMPORANEA

ENSIAMO innanzi alla più recente opera di Domenico Morelli,
Et angeli ministrabant UH, che egli, come il suo grande amico
Giuseppe Verdi, appartiene alla rarissima schiera degli artisti
sui quali la vecchiaia non ha quasi azione distruttrice. Lo
stesso avvenne per Michelangelo, per il Goethe, per Victor
Ugo. Certo le tarde opere di questi grandi non hanno la
freschezza e la potenza di quelle da essi concepite ed eseguite
in età più rigogliosa; ma, è pur vero, non mostrano segni di
affliggente decadenza; la maturità spinta all'estremo non degenera
in imbozzacchimento. Senza dubbio, quando dipinse il Giudizio uni-
versale, Michelangelo non possedeva la spontaneità, la purezza immaginativa che

10 animò nello scolpire il gruppo della Pietà; nò potremmo pensare Notre-Dame
scritta dall'Hugo all'epoca in cui egli compose La legende des siècles; nè la prima
parte del Fatisi potrebb'esser contemporanea della seconda. Cosi pure vediamo che

11 Rigoletto e XAida precedono di molti anni l'Otello e il Falstaff. Ma diminuita la
primitiva facoltà estrosa, rimane nelle opere ultime di questi sommi il pieno dominio
della loro arte.

La storia ci offre esempi contrari, di creatori che, giunti all'età virile, d'un tratto
si steriliscono. Alessandro Manzoni dopo i Promessi sposi, il Rossini dopo il Gtt-
glielmo Teli, deposero la penna, o la ripresero a lunghi intervalli per lavori brevi,
senza lena, i quali non aggiunsero una foglia alla corona della lor fama.
In genere la critica guarda con occhi diffidenti le tarde produzioni degli artisti,
e talvolta stenta a discernere in esse quel che v'è ancora di fecondo, perchè avvezza
a trovarvi stiracchiature, faticose ripetizioni, elementi invecchiati. Questo è avvenuto
"per l'ultimo quadro del Morelli. Distratto da nomi di artisti nuovi e dalle loro aspirazioni
e dai loro tentativi, il pubblico non ha saputo vedere nell'originalissimo quadro ciò che il
pittore vi esprimeva pienamente per la prima volta. E mentre diciott'anni or sono, all'espo-
sizione di Torino, i dipinti del Morelli venivano giudicati superiori a qualunque gara, così
da doverli distinguere con un premio straordinario, all'esposizione di Venezia del '94 la tela
del Cristo nel deserto era affatto trascurata e per essa si sentenziava che il Morelli era un
pittore esaurito.

A riparare per quanto è in noi questo errore, pubblichiamo la delicata, fine, penetrante
silografia d'Ignazio Orlando, nella quale, meglio che in qualsiasi riproduzione automatica,
si rispecchia l'opera del caposcuola napolitano. Variando il segno, interpretando con sapienza
il colore per mezzo del semplice chiaroscuro, l'incisore ha saputo dare l'impressione di sole,
d'afa, di vastità solenne, che è nel quadro ora conservato nella Galleria moderna di Roma.
 
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