L' arte: rivista di storia dell'arte medievale e moderna — 6.1903

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MISCELLANEA

sulle quali erano dipinte figure e gruppi di figure di
grandezza naturale; un’altra figura più piccola, ma a
mio avviso, migliore, rappresentava un genietto con le
ali verde. A questi pezzi principali erano state unite
numerose pitture decorative, ghirlande di fiori, trofei
diversi, ecc., ecc., e l’insieme dava una grande idea
della pittura decorativa nell’antichità. C’è da credere
che le prime pretensioni dei proprietari fossero davvero
molto esagerate se essi non poterono riuscire a ven-
dere queste opere a una Università o ad un Museo
americano. Ma essi volevano farsi pagare i loro og-
getti tre milioni e mezzo ! Ho inteso dire che il Museo
di Berlino era giunto a fare un’offerta di un milione
e duecentomila franchi, offerta che fu rifiutata.

In tal modo passarono parecchi anni senza che
l’acquirente tanto desiderato si presentasse. Tuttavia
era necessario prendere una risoluzione perchè sarebbe
costato molto caro, sembra, trasportare in altri paesi
e installare anche provvisoriamente tali grandi affreschi
antichi. La vendita fu lungamente preparata, un su-
perbo catalogo redatto con molta scienza e cura dal
signor Arturo Sambon, illustrato con riproduzioni a
colori, fu tirato in grande numero di esemplari e
diffuso in Europa, America e Australia ; e nel mo-
mento che sembrava più propizio fu presa in affitto
a Parigi una galleria spaziosa e comoda nella quale si
è pigiata durante parecchi giorni una folla cosmopolita
curiosa; tutto faceva prevedere che si sarebbe assi-
stito a un incanto a prezzi pazzeschi.

La riuscita ha stupito anche i meno ottimisti; la
vendita non arrivò a produrre 300,000 franchi. Si è
visto aggiudicare pannelli decorativi per 25 franchi,
altri per 50 o 60. I compratori e gli amatori, stanchi
delle pretensioni pazze dei proprietari, non s’erano
presentati, forse immaginando che i prezzi raggiungereb-
bero cifre troppo elevate. In tal modo il Louvre ha po-
tuto acquistare il bel genietto dalle ali verdi, cioè la più
bella pittura di tutta la serie per 15,300 franchi, e rice-
vette qualche giorno dopo tre grandi frammenti di pit-
ture decorative regalati dai signori Lamouroux e Helft.

Non so dove sieno andati tutti gli altri pezzi; senza
dubbio presto sapremo che sono entrati in qualche
grande Museo. Ho voluto soltanto segnalare oggi la
dispersione definitiva di questo rimarchevole complesso
di pitture e il fenomeno curioso delle vendite pub-
bliche, che dànno spesso una smentita solenne alle pre-
visioni dei migliori giudici, soprattutto quando gli og-
getti in vendita non hanno un valore commerciale
determinato approssimativamente da altre vendite di
oggetti simili. Io non credo che sia stata mai dispersa
in vendita pubblica fuori d’Italia una serie di affreschi
antichi così importanti; l’avvenimento cui abbiamo
assistito impedirà senza dubbio che un fatto simile
si ripeta prima che passi molto tempo.

Parigi, luglio 1903.

Jean Guiffrey.

Notizie delle Marche.

Demolizioni e vandalismi. — L’elegante chiesa
di San Filippo, la più bella tra quante eran state co-
struite o rammodernate in Ascoli nei secoli xvn e xvm,
è sparita ormai sotto i colpi del piccone, per dar luogo
ad una parte della grandiosa facciata del palazzo pre-
fettizio e ad una più ampia via davanti allo stesso pa-
lazzo. — Pregio indiscutibile della demolita chiesa de-
rivava dalle indovinate proporzioni dell’ interno, dalla
snellezza della cupola e dalla bellezza degli stucchi che
l’adornavano, dappoiché gli ascolani Giuseppe e Laz-
zaro Giosafatti e Tommaso Amantini di Urbania vi
avevano portato tutta l’esuberante genialità della loro
arte.

Per desiderio di un’accolta di amatori, il Municipio
volle conservare almeno i quattro gruppi di putti gi-
ganteschi, opera superba del berniniano Lazzaro Gio-
safatti, che abbellivano i pennacchi della cupola ele-
gantissima.

(Non sia inutile ricordare che nel gettar le fonda-
menta del nuovo edificio, fu trovato, nella direzione
della facciata della chiesa e alla profondità di circa
4 metri, un antico pavimento a musaico, di lava vul-
canica, semplicissimo, composto da piccoli cubi uni-
formi, grigi, e uniti fra loro da un fortissimo impasto).

Ma ben più grave offesa venne fatta di questi giorni
ad un monumento d’altissimo valore storico ed arti-
stico, e cioè all’ antica chiesa di Sant’ Ilario, posta fra
la Porta Capuccina e il Campo Parignano.

L’importantissima costruzione, benché in più parti
e in più tempi vergognosamente manomessa, attesta
ancora epoche diverse e antichissime. Il fianco vólto
a mezzogiorno, è in gran parte formato da una mu-
raglia romana, costruita da quattro filari di enormi
pietre e da un reticolato intramezzato da corsi di mat-
toni, antichi essi pure, murati per ogni senso. Un’altra
parte della chiesa, edificata in bel travertino è del 1165,
com’ è detto in una iscrizione che vi si conserva ancora.

Dal secolo xii al 1568 ebbero stanza in Sant’ Ilario
i monaci camaldolesi di Santa Croce dell’Avellana, ai
quali noi dobbiamo la conservazione di una quantità
di antiche sculture, di ornati, ecc., eh’essi raccolsero
ed esternamente murarono, massime nella facciata del
tempio, al fine nobilissimo di tramandarle alla po-
sterità.

Nel secolo xvi tutto l’edifìcio passò in proprietà
del Seminario ; quindi la parte abitata dai Camaldo-
lesi, che vi ressero fino alla loro soppressione fatta da
Pio V, un ospedale ed un ospizio pei pellegrini, fu data
ai coloni e la chiesa venne conservata. Seguì poi l’opera
del Demanio e, manco a dirlo, i barbari del secolo xix
continuarono le gesta ingloriose di loro stirpe aprendo
nei fianchi porte e finestre, asportando o lasciando in
abbandono cornici, stipiti e persino piccole bifore me-
dioevali di grandissimo interesse per la storia dell’ arte
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