L' arte: rivista di storia dell'arte medievale e moderna — 6.1903

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RICORDI DI UN VIAGGIO IN ITALIA

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Nella scena a sinistra, Mosè ed i suoi due più vicini seguaci ci sembrano dipinti piut-
tosto dal maestro di Cortona che non da don Bartolomeo : le tre altre figure sono poi così
alterate da non potersene fare un sicuro giudizio.

Infine, nell’ultimo gruppo, ritenuto dallo Steinmann opera del Signorelli, noi vediamo
la mano di un terzo artista, distinto anche da don Bartolomeo della Gatta. Il giovinetto
. che abbassa la fronte è disegnato con una estrema fiacchezza, senza forza di ombre nelle
carni ; le sue mani hanno dita così appuntite come il Signorelli non suol fare : colui che
gestisce verso Mosè, con sì strana fissità di sguardo, è colorito nel viso con accurata timi-
dezza, senza il chiaroscuro proprio al Signorelli, come lo è anche la figura di Giosuè
genuflesso, nella quale, mentre il disegno della testa, con le iridi natanti degli occhi, è
sicuramente opera del Cortonese, l’esecuzione coloristica e le forme del drappeggio che in
certo modo richiama quello di Sefora inginocchiata a circoncidere il figlio, nell’affresco del
Viaggio di Mosè, dimostrano la cooperazione di qualche maestro dipendente dall’arte umbra.
E ancora una simile fusione di elementi umbri e signorelliani si ritrova nelle tre ultime
figure dell’affresco, dove giova pure osservare che la terzultima figura ritenuta dallo Stein-
mann come autoritratto del Signorelli, non può affatto credersi tale: bisognerebbe davvero
ammettere una singolare trasformazione del cranio, perchè questo viso piatto ed insignifi-
cante, che rammenta piuttosto alcuni ritratti del Perugino, possa trasformarsi nella energica
figura in cui il Signorelli effigiò senza dubbio sè stesso negli affreschi di Orvieto!

Dinnanzi al terreno montuoso, nelle lontananze del quale si vede la Morte di Mosè
dipinta dal Signorelli con la rapida tecnica ch’egli doveva più tardi usare specialmente nel-
l’eseguire le sue predelle, dinnanzi alla campagna che sconfina al di là dei laghi e delle
città, sotto la quiete degli alberi è raccolta, nello splendore delle vesti, la schiera delle belle
persone: Luca Signorelli imaginò il vago paese, la bella adunanza, i baldanzosi giovani,
quando ancora le più terribili energie non si erano destate nel suo animo ; don Bartolomeo
della Gatta, con le sue figure piene di dolcezza nel muovere carezzoso delle membre, nelle
ampie forme dei corpi, fu al giovane maestro cortonese un degno e sereno compagno.

Dei lavori che il Vasari ricorda eseguiti nel Palazzo Vaticano dall’abate di San Cle-
mente nulla più rimane, ma in altre opere ci è dato rivedere l’artista che il soggiorno di
Roma e la stretta intimità di lavoro con Luca Signorelli sembrano avere elevato a nuova
altezza di forme e di espressioni.

La grande pala della pieve di Castiglione Fiorentino, menzionata dal Vasari come opera
di don Bartolomeo della Gatta e datata con l’anno i486, è piena di ricordi della Cappella
Sistina. Sul fondo dorato della tavola s’erge un candido trono marmoreo, adorno in alto di
un festone che tre bronzei puttini sorreggono; la Vergine, rosea fanciulla simigliante in volto
all’Annunciata dell’affresco della chiesa di San Bernardo e alla donna che si vede allattare
il suo figliuolo nella scena del Testamento di Mosè, siede sul trono e tiene in grembo il
bambino dormente; due putti ignudi, con membra tornite e colorite di un roseo arsiccio,
quale nei due bambini dell’affresco della Sistina, scherzano scegliendo fiori sul dinnanzi del
quadro, ove sta ginocchioni San Giuliano, eroica figura che nell’asprezza delle forme ricorda
il San Rocco già dipinto da don Bartolomeo, e nell’eleganza del vestire rammenta i gio-
vani che il Signorelli ritrasse nella Cappella Sistina. Il santo volge al Bambino uno sguardo
ardente di pentimento, mentre San Pietro e San Paolo, grandi figure battute da una forte
luce, s’appressano oranti alla Vergine, e San Michele calpesta il dragone. Quattro tavolette
narranti la vita di San Giuliano, eseguite rapidamente e con bella fantasia, formavano pre-
della alla tavola e vengono ora custodite nella sagrestia della Pieve, presso la quale anche
si conserva l’antico sportello d’organo, menzionato dal Vasari, eseguito da don Bartolomeo per
Lucrezia Visconti, che il pittore ritrasse inginocchiata col suo bambino ai piedi di San Michele
arcangelo, opera che sembra anteriore di tempo alla esecuzione della grande pala d’altare.

Lo stesso anno i486 e ancora a Castiglione Fiorentino, il vago paese presso Arezzo,
don Piero di Antonio Dei, abate di San Clemente, eseguiva per una confraternita, come
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