L' arte: rivista di storia dell'arte medievale e moderna — 6.1903

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I

BIBLIOGRAFIA ARTISTICA

opera quella forma della nicchia, che solo decenni
dopo divenne di uso comune.

A pag. 82 il Meyer dà ad Andrea da Buggiano il
monumento sepolcrale dei genitori di Cosimo il vec-
chio. Il merito di avere rivendicata quest’opera per
primo al figlio adottivo del Brunelleschi spetta al
dott. G. Bode che, per provarlo, si valse dei docu-
menti da noi pubblicati nella biografia del grande
rinnovatore dell’architettura.1 Parlando poi della de-
corazione sculturale della sagrestia vecchia di San Lo-
renzo, l’autore le assegna gli anni fino alla partenza
di Donatello per Padova, anzi, in parte, un’epoca po-
steriore. Per questa asserzione noi siamo in grado di
dare la prova nella testimonianza dell’autore sincrono
del Codice VII, 8, 1121, della Nazionale di Firenze,
che pubblicheremo in altro luogo e che mette fuor di
dubbio che nella sagrestia si lavorava ancora nel 1460.

In quanto a quella lettera dell’arcivescovo di Zara
ad Ermolao Barbaro, vescovo di Treviso del 1453, con
cui si domandano schizzi per pitture a fresco da un
Donatello che ne aveva dipinti di simili nel palazzo
vescovile di Treviso, crediamo che essa non possa
riferirsi al nostro eroe, bensì al pittore veneziano di
nome Donato Bragadin di cui esiste nel Palazzo Du-
cale un quadro segnato del 1459. Essendo il Barbaro
di origine veneziano, si spiega benissimo P espres-
sione della lettera surriferita : « Donatellus vester s>.2 In
questo senso per conseguenza si dovrà correggere ciò
che il prof. Meyer dice a questo proposito (pag. 105),
come anche si dovrà cancellare l’altra sua asserzione
che la via per la Dalmazia fosse stata spianata a Do-
natello da Michelozzo, giacché le relazioni di quest'ul-
timo con quel paese, nominatamente con Ragusa da-
tano dal 1468, sono dunque di 15 anni posteriori alla
presunta commissione per Zara.

Il nostro autore assegna agli anni, dopo il ritorno
di Donatello da Padova, il gruppo della Giuditta. I
suoi argomenti però, per (pianta considerazione meri-
tino, non ci possono del tutto persuadere. Per tacere
d’altre ragioni il modo solo con cui è trattato il pan-
neggiamento della eroina corrisponde tanto a quello
delle figure nelle porte della sagrestia di San Lorenzo,
e si discosta tanto da quello usato nelle sculture di
Padova, che a noi pare più probabile l’essere il gruppo
in questione stato eseguito prima dell’andata di Do-
natello a Padova. Siamo invece pienamente d’accordo
col chiaro autore riguardo alla parte da assegnarsi agli
aiutanti nell’esecuzione dei bassorilievi dei pulpiti di
San Lorenzo, vale a dire che quelli si siano limitati a
gettare in bronzo gli schizzi del maestro e a rinettare
il getto, senza aggiungervi nulla di essenziale. Pei fregi

1 Cfr. BopE, Fiorentiner Bildhaùer, Berlin, 1902, pag. 36, nota 2 ;
e C. von Fabriczy, Filippo Brunelleschi. Stuttgart) 1:892, pag. 519.

2 Per notizie ulteriori sul pittore Donato cfr. quanto ne chia-
risce il dott. Ludwig nell’Annuario dei Musei, prussiani, anno 1903,
appendice, pagg. 23 e 31.

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dei putti soltanto vorremmo far eccezione a favore di
Bertoldo. Ci pare addirittura impossibile che il mae-
stro, plasmando le cupe scene del dramma della Pas-
sione, come riflessi dello stato dell’anima propria at-
tristata dal presentimento della imminente morte, abbia
potuto nello stesso tempo concepire la ridda folle delle
baccanti infantili dimenantisi sui fregi.

I dubbi espressi dal Meyer, riguardo all’attendibi-
lità della notizia del Vasari, che Donatello abbia dato
il disegno per la ghirlanda di putti sugli armadi della
sagrestia nuova del Duomo di Firenze, trovano piena
giustificazione ora che si conoscono i documenti del-
l’allogazione di detto lavoro a Giuliano da Majano
« in quel modo et forma che si dimostra pel modello
dato per detto Giuliano».1 Sul Marzocco che fino a
questi ultimi anni stava innanzi al Palazzo Vecchio (sul
posto ove ora si trova una copia di bronzo, mentre
l’originale è stato traslocato nel Museo Nazionale), ci
si permetta di emettere la congettura se in esso non
si debba riconoscere quel leone che Donatello fece
nel 1420 per collocarlo a piè della scala, che dal
grande chiostro di Santa Maria Novella conduceva
negli appartamenti occupati da papa Martino V du-
rante il suo soggiorno a Firenze. Forse esso fu tras-
portato alla ringhiera del palazzo dei Signori, quando
il leone ivi esistente da antico, essendo consumato
dalle intemperie, dovette essere rinnovato.2

C. de Fabriczy.

Hans von der Gabelentz: Mittelalterliche
Plastik in Venedig. Mit 13 ganzeiligen Ab-
bildungenund 30 Textillustrationen in Auto-
tipie. Leipzig, W. Hiersemann, 1903.

È una buona monografia, che s’inizia con lo studio
delle colonne del ciborio di San Marco giudicate orien-
tali dall’A., che lascia tuttavia ancora aperta l’ardua
questione dell’età e del luogo di provenienza di quel-
l’opera d’arte. Se proprio conviene assegnare ad un
tempo stesso le colonne anteriori e le posteriori del
ciborio, sembra che allora si faccia necessario di pro-
trarre la data di tutte, cercarla in un periodo al quale
appartengono altri rilievi che rappresentano un ritorno
all’antico e alla forme cristiane dei bassi tempi, come
sarebbero ad esempio quelli che si vedono nella tra-
beazione della porta laterale a sinistra nella facciata
di San Marco.

La seconda parte del libro tratta della plastica orna-
mentale del primitivo medioevo in Venezia e della
monumentale nell’alto medioevo dal 1000 al 1200 ; la
terza di rilievi figurati, di opere originali bizantine e

1 Cfr. i documenti pubblicati da noi nel prospetto della vita e
delle opere di G. da Majano, inserito nell’appendice all’Annuario
dei musei prussiani, pag. 162 e 163, anno 1903.

2 Cfr. Catalogo dèi Museo Nazionale di Firenze, pag. 62, Roma,
anno 1898.
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