L' arte: rivista di storia dell'arte medievale e moderna — 11.1908

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ADOLFO VENTURI

Sullo zoccolo tra colonne e pilastri dovevansi affondare de’ nicchioni per collocarvi le
statue dei « dodici apostoli e quattro altri santi e la statua del Salvatore con due angeli ».

Questo numero fu ridotto poi, anche per la necessità di aprire grandi finestre in quattro

spazi ove si potevano segnar quattro nicchie.

Tra nicchia e nicchia, sull’abaco dei capitelli delle colonne o dei pilastri che le divi-
devano, dovevansi collocare dei genietti ; sopra alle nicchie e ai genietti, tracciare una cor-

nice lungo le pareti di tutta la cappella; sulla cornice innalzare pilastrini su cui poggiasse
il cornicione ; intorno agli occhi di finestra inscritti nei quadrati risultanti tra i pilastrini
metter festoni di foglie e di frutta; nello sfondo della cappella, entro il lunettone, scolpire
«l’Incoronazione di Maria in bassorilievo con un coro d’angioli». E così si fece!

Evidentemente i disegni erano già stati presentati dai due artisti, tanta è la corrispon-
denza delle parole della convenzione col fatto. D’altronde si accennò dal procuratore del
Capitolo del duomo di Traù ai disegni stessi, con la ordinanza di conservare tutti quelli
relativi alla fabbrica della cappella in una cassetta della cancelleria comunale.

L’opera dell’Alessi si può facilmente distinguere dal resto. Nel divisare la decorazione
della cappella, Niccolò fiorentino dovette avere il sopravvento, e vi tolse ogni traccia di
gotico ; ma l’Alessi si distingue per certa grossolanità di fattura che ci richiama di con-
tinuo alle sculture del battistero. Lo si riconosce nel grasso putto che sta sull’abaco del
capitello a sinistra della nicchia dove medita San Giovanni Evangelista; e così nell’altro
egualmente collocato sulla nicchia dell’altra statua giovanile che reca nel plinto il nome
dello stesso santo. Anche nello scolpire le foglie o le palmette d’una cornice l’Alessi mostra di
conformarsi alle eleganze, alle finezze decorative del maestro toscano che aveva a compagno.
Tuttavia lavorando di conserva con Niccolò fiorentino, abbandona le vecchie calligrafiche
pieghe a ventaglio, si amplifica, e complica i drappeggiamenti. Mantiene in ogni modo le
forme allungate a dismisura nelle teste del Padre Eterno nella volta, del Cristo benedi-
cente, della Madonna e del Battista, di San Giovanni Evangelista (fig. 16), di San Filippo,
di San Girolamo e del santo apostolo barbato simigliantissimo a quest’ultimo (Fig. 17).

Le pieghe delle vestimenta di queste figure non si adattano a corpi, e capricciosamente
ora formano lunghi fasci, e si rompono come fossero di vimini ; ora s’aggirano o cadono
tirate per il lungo ; ora s’accartocciano sulle ginocchia senza stampar le rotule, che appaiono
piccole e informi. E invano le scalpellate che tagliano le vesti, e sembran sprofondersi nel
vivo de’ corpi co’ loro solchi profondi, servono a raccogliere, a disporre, a ravviare la massa
aggrovigliata de’ panni. Lunghe le teste, con altissima cervice, e in generale con il labbro
inferiore rientrante sotto il superiore ; le dita delle mani chiuse in forma di lungo triangolo.

Niccolò fiorentino non dà come l’Alessi un’espressione tranquilla o melensa alle sue figure,
ma le anima, le move, mentre ricerca di più sotto i panni la forma corporea. Le sue teste
sono di miglior proporzione, quadrate o tonde. A lui ascriviamo tanto la Incoronazione della
Vergine e, almeno in parte, il santo apostolo dalle piccole mani, che sta a destra della
statua di San Giovanni Evangelista giovane (fig. 18); come parecchi dei graziosi genietti, che
sopra l’abaco delle colonne e nello zoccolo della cappella richiamano le forme donatelliane.

L’Alessi aveva voluto conformarsi al compagno, ma le forme gotiche ch’egli dapprima
mantenne convenzionalmente non si potevano ridurre ad altre classicheggianti, senza una
cognizione più intima della struttura dei corpi. Prima riprodusse tranquillo, lento le ima-
gini che erano balzate vive dallo scalpello di Giorgio da Sebenico ; poi, per seguire Niccolò
fiorentino, pur serbando la sua lentezza di espressione e di moto, si trovò in contrasto tra
l’abitudine e il nuovo, tra le linee serpeggianti e quelle che seguivano fedeli i contorni e i
piani dei muscoli e delle ossa. E cincischiò i drappi, e lavorò a capriccio, fuor del naturale, otte-
nendo tuttavia una certa grandiosità nella massa delle statue della cappella del beato Orsini, da
lui continuate anche dopo il 1472,’ anno in cui si ridusse a Spalato, ove non lasciò traccia di sè.

{Contìnua) ADOLFO VENTURI. 1

1 Lucio, Memorie di Traù, pag. 488.
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