L' arte: rivista di storia dell'arte medievale e moderna — 11.1908

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MISCELLANEA

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nite imitazioni. I monumenti allo stato attuale (cioè
quali ci si presentano dopo un’ arbitraria ricomposi-
zione del secolo scorso, che ha considerato le statuette
dei Dolenti quali semplici figure decorative e non come
parti di un’organica scena raffigurante i funerali dei
duchi defunti) a fatica ci fanno intravedere quale fosse
l’aggruppamento originario di quelle fortissime scul-
ture ; ma ci soccorrono in parte i disegni che il pittore
Gilquin ne ha tratti nel secolo xvm, a giudicare dai
quali l’aggruppamento di esse doveva esser tale da
accostarsi, ben più risolutamente e degnamente, nello
spirito della composizione (specie ne’ riquadri ove sono
i prelati e gli accoliti) ai rilievi donatelliani, che non
vi si accostino le rozze storie del portale di Lione. 1

A proposito delle quali, ad ogni modo, è ancora
da notare ch’esse non offrivano agli artisti italiani nulla
di nuovo e di originale : non eran esse che una replica
tarda di un motivo che da secoli si andava traman-
dando nell’arte francese, e rispondeva ad una delle
fondamentali tendenze della rinata arte occidentale:
la tendenza a spezzare il rigido allineamento bizantino
delle sacre figure, a infonder in esse la vita indivi-
duale, a muoverle, sia pur timidamente, a varietà di
azione. Esempi di santi e di personaggi biblici appa-
iati cosi come nei medaglioni della porta di Lione ci
sono offerti in gran copia dalle sculture delle cattedrali
romaniche e gotiche di Francia, e quasi tutti vincono in
finezza e nobiltà di fattura le tarde repliche di Lione.2

Quest’ultime tuttavia non possiamo negare che
presentino affinità specifiche e palesi con le porte della
sacrestia di San Lorenzo, quali nessun’altra scultura
francese ispirata dalla medesima secolare tradizione
iconografica potrebbe offrirci.

Ammessi questi inconfutabili dati, riconosciamo
d'altra parte che il debito contratto da Donatello verso
l’arte francese si riduce a ben povera cosa. Tutto ciò
che agli occhi nostri fa splendere di vita magnifica e
immortale le porte di San Lorenzo è proprio ciò che
manca ai presunti modelli francesi : la indipendenza
e la spontaneità degli aggruppamenti, asimetrici fino
all’ineleganza, la novità e la varietà audace degli
atteggiamenti e de’ gesti, la rapidità del segno. Tanto
è vìvo in quelle figure veementi di apostoli e di dottori
il fremito interiore delle forme, tanto fresco e possente
il soffio di poesia, che le investe, da oscurare agli occhi
nostri l’arcaico schema figurativo d’oltralpe. Esse con-
tinuano quindi ad apparirci, quali sino ad oggi ci ap-
parvero, l’opera di un creatore.

Giulio Zappa.

1 V. Kleinclausz, Claux Sluter et la sculpture bòurguignonne
au XV siècle, Paris, Librairie de l’art ancien et moderne, 1905.

2 Cfr. Paul Vitry e Gaston Brikre, Documents de sculpture
francasse de Moyen-Age, Paris, O. A. Longuet.

Notevole particolarmente è la schiera degli Apostoli nel timpano
del portale della crociera meridionale del duomo d’Amiens, da
taluni de’ quali le figurazioni del portale di Lione mostrano chia-
ramente di derivare.

Ritratto del Lorenzano di mano di Sandro Bot-
ticelli. —- A Parigi, nella collezione del barone Mi-
chele Lazzaroni, è un ritratto che per la scritta antica
L. Lorentiano, apposta sotto il lato superiore del
quadro, ci fa conoscere l’effigie dell’umanista Lo-
renzo Lorenzi detto Lorenzano, figlio d’un notaio
fiorentino, ser Piero Lorenzi. Il chiaro studioso Léon
Dorez, in una comunicazione che farà tra breve al-
1 ’Insiitut, darà notizia del letterato, quasi ignoto og-
gidì. Sappiamo da lui che fu introdotto nella casa
de’ Medici probabilmente da Marsilio Ficino e da
Piero Ricci (Crinibus), che nel 1492 il cardinale Gio-
vanni de’ Mediei lo raccomandò al fratello Piero, cui
indirizzò nel 1494 le due prefazioni della traduzione
delle Sentenze d’Ippocrate. La traduzione del De Elo■
cutione d’Aristotile è preceduta da una lettera di
Pietro Ricci (giugno 1498) e da un’altra del Loren-
zano medesimo, datata da Firenze, agli studenti della
Università padovana. A un’altra traduzione mise mano
Lorenzo Lorenzi, quella del De differentiis febrium di
Galieno ; e per servire alla prefazione di essa, Cesare
Optato, celebre medico napoletano, il 1" gennaio 1500,
gli scrisse da Venezia una lettera. Tutto fa credere
che l’umanista abbia seguito Pico della Mirandola e
il Rotticeli]', divenuti partigiani del Savonarola: (gli
conosceva benissimo il grande filosofo mirandolano,
poiché il Ricci ricorda due colloqui tra Pico e il Lo
renzano, e si sa del resto che Giovanni Pico si com-
piaceva di conversare con gli amici tanto nella sua
propria biblioteca, quanto in quella di San Marco,
alla presenza del Savonarola; e si sa pure come tutti
gli amici di Pico della Mirandola fossero devoti al
monaco riformatore.

Angelo Fabroni ci dice che il Lorenzano era in
flore juventae nel 1479, allorché giunse a Pisa, ove
tenne una cattedra, di fisica e una di medicina dal
1483 al 1501. Ebbe o volle la fortuna avversa. Versò
in miseria, e cadde in bizzarrie e stranezze. Contrariò
parecchi, e ne fu contrariato. Infine, non potendo pa-
gare alla scadenza un debito, per l’acquisto fatto a
cuor leggiero di una casa, si gettò in un pozzo nel
giugno del 1502, e fu sepolto a Firenze il dieci di
quel mese. Tutti gli storici ripetono il racconto sulla
morte del suicida, quale fece il Ricci due anni dopo
la sua morte. Ebbe una grande rinomanza per aver
molto contribuito a rimettere in more lo studio diretto
dei testi greci di medicina e a togliere importanza ai
canoni della medicina medioevale.

Da queste note sul lettore dell’Università di Pisa
inviateci dal Dorez non è difficile determinare ap-
pressili! divamente il tempo in cui fu eseguito il ri-
tratto. È ancora nell'aspetto vigoroso d’uomo che ha
varcato di qualche anno la quarantina. Quindi se egli
era in flore juventae nel 1479, il ritratto dovette es-
sere eseguito nel 1495 all’incirca. Per la forma som-
maria appartiene difatti a quel tempo in cui il Boi-
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