L' arte: rivista di storia dell'arte medievale e moderna — 11.1908

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ENRICO DI GEYMULLER

magistros et pictores et muratum per dictura Iohannem ad similitudinem modelli magistrorum
et pictorum.» si aggiunge: « vel quasi ».

Ai 7 settembre 1368 Francesco Talenti interrogato dagli Operai del Duomo in ordine
al modello murato presso il Campanile si... « fuit contentus quod dieta forma sic sequeretur
ut est hedificata: dixit respondit et affermavit, quod ipse Franciscus fuit contentus et sibi
placuit quod sic hedificaretur ; salvo quod ipse volebat quod certi muri qui sunt post sacre-
stias sequerentur prout erant desingnati in desingnio facto per magistros et pictores, et non
resecarentur prout resecati sunt ». [Doc. 207, pag. 215]. Da queste parole di Francesco Talenti
si vide chiaramente che i muri delle sagrestie non avendo l’angolo tagliato come si vede
adesso, dovevano necessariamente essere ad angolo retto precisamente come si vede nel
nostro disegno. La differenza osservata dal Talenti, tra il disegno ed il modello eseguito,
corrisponde precisamente all’ idea accennata nella variante introdotta posteriormente, come
fu detto, nella nostra pianta.

Vedendo finalmente Taddeo Gàddi nominato il primo tra i pittori collaboratori del
progetto A, e considerando che il mio disegno veniva proprio di Casa Gaddi, anche questi
fatti sono come una conferma del risultato al quale i documenti ci avevano condotto.

Se non è probabile che il nostro, disegno sia proprio quel medesimo presentato il
13 d’agosto agli operai, ne sarà di certo o un duplicato con quella variante proposta per
i piloni anteriori, duplicato disegnato forse dalla mano di Taddeo Gaddi stesso.

Questo disegno dunque ci riporta a quelle memorabili discussioni del 1366 colle quali
venne fissata la forma definitiva della cupola di Arnolfo, ingrandita anch’essa, in seguito
alle modificazioni portate al suo modello dal 1357 in poi. E se il Guasti, il Boito, il Nardini
ed altri hanno ancora parlato di quegli avvenimenti colla nota maestria, il nostro disegno
illustra ormai in un modo più visibile uno dei punti più curiosi tra gli stranissimi modi con
cui si giunse a fissare tali trasformazioni.

Ma non ostante tutte queste trasformazioni del modello primitivo di Arnolfo, importan-
tissime per le dimensioni, sì, ma non per il concetto generale, a me sembra che ad Arnolfo —
e non al Talenti come lo credeva il Franceschini — debba rimanere l’onore di essere il vero
creatore di Santa Maria del Fiore.

Fu Arnolfo il primo nella storia dell’arte a fare quel passo gigantesco col quale, in
vece della larghezza della navata grande, egli portò il diametro della Cupola a quella delle
tre navate riunite. E con questo egli fu l’iniziatore d’uno dei più grandi progressi fatti nella
storia dell’architettura cristiana, aprendo così la via trionfale che mena al San Petronio di
Bologna, al Duomo di Pavia e al San Pietro di Roma.

È vero che la cattedrale di Lanciano mostra già nel suo coro una disposizione di pianta
analoga, la quale, secondo lo Schulz ed il Berthaux, sarebbe del 1227, ma non era destinata
a reggere una cupola, in modo che anche questa circostanza non toglie ad Arnolfo il merito
di avere fatto quel glorioso passo col quale tornato alla maestosa vastità dei Romani e
combinandola con certe conquiste dell’arte gotica egli divenne, con Federigo II e Niccolò
Pisano, uno dei tre principali padri dell’architettura del Rinascimento in Italia.

Benché i documenti non lo dicano espressamente, devesi senza dubbio ritenere, che
i maestri successivi, i quali dal 1357 al 1367 ebbero a trasformare il duomo di Arnolfo in
un tempio di maggiori dimensioni, non perdettero mai dagli occhi, gli elementi principali
della creazione sua. Per loro, non si trattava veramente di creare cose del tutto nuove, ma
di trovare le variazioni e le modificazioni le più adottate per l’ingrandimento di un concetto
maestoso già prestabilito. E questo fatto solo mi pare capace di spiegare come i mezzi usati
veramente incredibili, i successivi concorsi ed i cambiamenti continui nella direzione del-
l’opera, siano l’indizio non di una cittadinanza vicinissima alla pazzia, ma la prova dell’entu-
siasmo di tutto un popolo innamorato di una grandiosissima creazione, che presentiva essere
sublime gloria dell’arte italiana.

Enrico di Geymuller.
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