L' arte: rivista di storia dell'arte medievale e moderna — 6.1903

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riETRO TOESCA

Fra quelle colline ed i chiari piani minuziosamente coltivati, fra aride crete ed ampi
sbocchi di valli, i due maestri passarono gran parte della loro vita operosa, nella pace di
quelle piccole città formarono più forte e più indipendente l’arte loro. Ad Arezzo, a Mon-
terchi, a Borgo San Sepolcro, le sensazioni delle opere di Piero della Francesca si intrec-
ciano nell’animo con quelle delle opere di Luca a Cortona, al Borgo, a Città di Castello;
in disparte, deviando verso la desolata contrada di Monteoliveto, e più oltre, sull’altura orvie-
tana, si ritrova tutto solo in sua terribile grandezza il Signorelli.

Ai due maestri il Vasari amò congiungere nella propria ammirazione un altro pittore,
don Bartolómeo della Gatta, abate di San Clemente in Arezzo, che lavorò egli pure nelle
medesime regioni ove si svolse l’attività di Piero della Francesca e di Luca Signorelli, e
ove per gran tempo rimase circoscritta la sua fama, non essendo andate disperse in altri
luoghi le opere sue. Una strana fortuna combattè invero il nome dell’artista che il Vasari
magnificò come miniatore, pittore, architetto, e quale musico simile a Pane ! Si negò a quelle
lodi ogni fede, si dubitò dell’esistenza stessa del pittore, se ne smembrò l’opera distribuen-
dola ad artisti assai minori, sino a che i documenti non provarono che l’artefice celebrato non
era stato una finzione del Vasari: quegli che il biografo chiamò col nomignolo di don Barto-
lomeo della Gatta fu di suo vero nome don Pietro di Antonio Dei, fiorentino, e visse pro-
babilmente dal 1408 al 1491 producendo una serie di opere, indicate esattamente dal Vasari,
congiunte fra loro da unità di tendenze, tali che vi si può rintracciare l’evoluzione artistica
del pittore.

Secondo il racconto del Vasari, don Bartolomeo della Gatta fu educato a Firenze nel-
l’arte del miniare, nè si diede a maggiori opere di pittura prima del 1468, quando già era
venuto nel convento dei Camaldolesi di Arezzo; in età avanzata adunque, ove si ammetta
ch’egli sia morto più che ottuagenario nel 1491, ciò che sembra poco verosimile nel consi-
derare la giovanile flessibilità di stile che dimostrano anche le ultime sue opere. Nuove
ricerche potranno fosse determinare esattamente l’anno della nascita del pittore e indicare,
con la scoperta dei manoscritti da lui ornati, quale sia stata la sua arte di miniatore.

I primi grandi lavori di don Bartolomeo della Gatta, menzionati dal Vasari, sono le due
tavole ora conservate nella Pinacoteca civica di Arezzo, rappresentanti ambedue San Rocco
e certamente eseguite in una medesima epoca, come dimostrano le strette affinità ch’esse
hanno fra loro. Nella tavola maggiore, recante la data del 1479, San Rocco grandeggia con
l’alta persona in mezzo alla piazza della Misericordia di Arezzo, ammattonata tutta di qua-
drelloni rossi con striscie di pietre bianche che sfuggono in dentro, a prospettiva; il santo
congiunge le mani ed alza gli occhi alla Vergine che appare, circondata da angioli, al di
sopra del palazzo della Misericordia: la luce di un pallido sole nasconde in un vapore lumi-
noso la fronte del palazzo, batte dolcemente sulle vesti, sulle gambe ignude e piagate del
santo che eleva le sue membra robuste volgendo il viso glabro e sofferente verso la celeste
visione. Assai meglio conservata della precedente è la seconda tavola nella quale biancheggia
in fondo la città di Arezzo, mentre San Rocco genuflesso sul primo piano implora salute
dal Cristo che si mostra in mezzo al cielo ove gli angioli volano spezzando i dardi ch’egli
scaglia dall’alto: qui pure una tenue luce indora le carni giallastre e patite del santo.

Nella città ove Piero della Francesca aveva lasciato la sua opera maggiore e ove Luca
Signorelli già nel 1472 era stato chiamato ai suoi primi lavori, queste opere di don Barto-
lomeo della Gatta mostrano una maniera distinta da quella dei due grandi maestri e costi-
tuita con caratteri propri, nella quale sembra di poter ravvisare soltanto alcun rapporto con
l’arte di Antonio Pollaiolo. Rievoca l’arte del maestro fiorentino, che così fortemente doveva
influire anche sopra Luca Signorelli, la rude figura del santo con le aitanti membra gros-
samente legate fra loro, con le tinte giallastre ed-il modellare unito delle carni, laddove è
tutta propria di don Bartolomeo l’esecuzione minuziosa del dipinto, con brevi lumeggiature,
quasi tocchi di penna, con ombre tratteggiate a linee parallele. Molti dei caratteri che si vedono
nelle due tavole del Museo civico di Arezzo saranno poi mantenuti nelle altre opere del pit-
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