L' arte: rivista di storia dell'arte medievale e moderna — 11.1908

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MISCELLANEA

museo archeologico (n. 325), a Verona in Santa Maria
della Scala, a Cremona nel Museo Ala-Ponzoni, a
Marsiglia nella sala Érnile Ricard. Ora tenuto conto
del diffondersi delle terrecotte cremonesi per tutta la
Lombardia può supporsi che il plastico modellatore
della gentile immagine, di cui la prova migliore è a
Milano, sia di Cremona. Nel Museo milanese vi sono
altre terrecotte che possono servire a comporre tutte
insieme un gruppo lombardo, tra le altre una di un
Cristo deposto con Maria e una folla d’angioli ali-
tanti intorno al sarcofago, poi un Crocefisso col fondo
quadrettato con rosette entro i lacunari, infine un
altro Crocefisso, di tempo posteriore, modellato con
gran cura, con le ossa e i muscoli fortemente segnati,
con gli angioli ai lati che fendono le nubi che paioli
fasci di fuoco, con Maria e Giovanni seduti a terra
costern ati.

Un altro plastico che si distingue particolarmente
dagli altri del gruppo del preteso maestro della cap-
pella Pellegrini è quello ch’eseguì la tomba del Beato
Pacifico (f 1437) in Santa Maria de’ Frari a Venezia,
dove sono angioli che ricordano l’arte del Ghiberti.
Si vedono in una gran fascia d’un arcone gotico
con foglie rampanti arricciate alla veneziana, dalla
quale sporgono figure a mezzo busto. Le cornici del-
l’arco sono pure con foglie, dadi, e un cordone at-
torcigliato nella orlatura, secondo forme usitate a
Venezia ; nel fondo dell’arco è il Battesimo di Gesù
con gli angioli assistenti drappeggiati alla ghibertiana ;
sotto il sarcofago con nicchiette negli angoli alla ma-
niera padovana.

Tra i plastici che vanno sotto il nome del maestro
della cappella Pellegrini si annoverano talora anche
alcuni precursori di Luca della Robbia, Madonneri
fiorentini, che ripeterono le loro terrecotte e i loro
stucchi ne’ tabernacoli delle vie toscane. Tra i saggi
raccolti e classificati dal Bode aggiungiamo una Ma-
donna esistente a Baiso in quel di Reggio Emilia,
all’esterno della casa di Scaluccia. Dal modello della
stessa Madonna si ricavarono stucchi di varie dimen-
sioni, e uno più piccolo, ad esempio, dall’Arcispedale
di Santa Maria Nuova passò al Museo Nazionale di
Firenze, un altro pure minore trovasi nel Kaiser
Friedrich’s Museum a Berlino con un cartello che lo
dice di maestro fiorentino intorno al 1425, un altro
ugualmente piccolo nel Museo della scultura del Rina-
scimento al Louvre (n. 344). Tutte policromiche queste
Madonne, e con dorature, manifestano la popolarità
loro. Diffusissime per la Toscana e per le regioni
limitrofe, sono saggi importanti delle manifestazioni
dell'arte toscana.

Adolfo Venturi.

Note antonelliane : VI. Il vecchio Cardillo.—
Alle vergini messinesi è cara la chiesa del convento
di Montalto, poiché le preghiere quivi devotamente

recitate hanno la speciale virtù — cosi almeno è fama
— di ottenere sollecita dalla provvidenza divina la
grazia del matrimonio. Ai cultori della storia artistica
siciliana la chiesa stessa offre un interessante problema
nel quadro che sorge sul secondo altare a sinistra;1
ne è il soggetto la Visitazione, ne è l’autore un se-
guace di Antonello, che in esso pose e non pose la
sua firma. Non scrisse il nome ma in un angolo di-
pinse un cardellino: donde l’antica attribuzione del-
l’opera a un Cardillo da Messina, cui spetterebbe un
posto onorevole fra gli antonelliani, se la sua esistenza
potesse ritenersi accertata.

Ma il Morelli e il Di Marzo posero in dubbio Resi-
stenza del vecchio2 3 Cardillo, sul quale non si ebbe
finora a trovare notizia alcuna nei documenti del tempori
Il dubbio è lecito, ma non è tuttavia da considerare
l’ipotetico artista come un parto della fantasia spesso
fervida degli antichi storici messinesi. La presenza in
un quadro di un innocente cardellino non ha di per
sé gran valore, ma, nel quadro di Montalto, il cardel-
lino è posto in tal luogo che, tenuto conto delle abi-
tudini dei pittori, l’equivalenza di esso a una firma
è, come si è già accennato, ammissibile. E come Bar-
tolomeo Passerotti firmò spesso, con nient’altro che
un passerotto, le sue opere, così in tesi generica nulla
di più verisimile che un pittore della famiglia Cardillo
si firmasse con un cardellino.4 Ora, se mancano do-
cumenti scritti sul vecchio Cardillo, nessun dubbio per
altro che una famiglia Cardillo fosse a Messina in un
tempo non molto lontano da quello cui spetta il quadro
di Montalto, e nessun dubbio che in una tal famiglia
fosse esercitata da più d’uno la pittura.5 E v’ha di
più. Dal Grosso Cacopardo6 ci è rammentata, e in

1 L’opera è frammentaria e costituisce probabilmente la parte
centrale di un trittico, affine nelle sue forme al trittico conservato
nella chiesa del Varò a Taormina. Agli sportelli si riferisce vero-
similmente il Grosso Cacopardo (Memorie de'pittori messinesi, pa-
gina 26) quando parla di un’altra tavola della stessa mano, che ap-
punto al suo tempo venne tolta dalla chiesa di Montalto.

2 Vecchio o antico, in relazione ad altri pittori della stessa fa-
miglia, dei quali è storicamente accertata l’esistenza in tempo po-
steriore.

3 Quest’assenza di documenti pare al Di Marzo argomento de-
cisivo. Ma se*estese e fruttifere sono state le ricerche compiute
negli archivi sulla pittura messinese del rinascimento, si deve in-
sieme constatare che i contratti re'ativi alla maggior parte delle
opere rimaste non sono stati rinvenuti. Ed è pertanto palese che
gli artisti dei quali è traccia o ricordo in documenti, rappresentano
una parte soltanto e forse una piccola parte degli artisti effettiva-
mente vissuti in Messina.

4 Si avverta che l’emblema corrisponderebbe nel modo più pre-
ciso al cognome della famiglia, poiché nel dialetto siciliano cardel-
lino suona appunto cardillo.

5 Sono in Messina pitture attribuite or a questo or a quello dei
Cardillo, che nulla hanno di comune, fuor che l’emblema del car-
dellino. E anche da ciò si volle trarre argomento per negar resi-
stenza dell’antico Cardillo; mentre nella pluralità dei Cardillo è
l’ovvia spiegazione della disparità delle opere, ove l’emblema
ricorre.

6 Memorie de' pittori messinesi, pag. 64.
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