L' arte: rivista di storia dell'arte medievale e moderna — 11.1908

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MISCELLANEA

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modo così preciso da non lasciar adito al sospetto,
l’opera di un Cardillo cinquecentista « ove fra l’erbe
evvi un cardellino, simbolo del suo nome, che porta
in bocca una svolazzante cartella in cui si legge Car-
dillus me fecit». Resta dunque, a prescindere anche
dalla verisimiglianza del fatto, un documentoattestante,
in un caso almeno, l’uso, da parte di uno dei Cardillo
messinesi, dell’emblema stesso che ricorre nel quadro
di Montalto.

Con ciò siamo ben lontani dall’aver dimostrata la
esistenza del vecchio Cardillo e l’appartenenza a lui
della Visitazione. Ma non è tale l’assunto, poiché io
voglio concludere soltanto che nell’assenza di docu-
menti scritti non è tuttavia da negare in modo asso-
luto valore di documento al cardellino di flontalto.
Nè vi sarebbe da sorprendersi troppo se niun’altra
traccia fosse rimasta che questa di uno fra i membri
di una famiglia ove, a simiglianza di parecchie altre
famiglie messinesi,1 si trasmise probabilmente quasi
per eredità l’esercizio dell’arte. E troppo parziale è il
contributo portato con critica sicura alla conoscenza
della scuola antonelliana, perchè possa aprioristica-
mente ripudiarsi come fola ogni affermazione non ac-
certata degli storici antichi.

Se del resto non vogliamo designare col nome Car-
dillo il pittore di Montalto, ben possiamo, valendoci
di una di quelle perifrasi che la più illuminata critica
odierna ammette ed usa, distinguere lui dagli altri an-
tonelliani con la designazione di « maestro del cardel-
lino » o, sicilianamente, di « maestro del cardillo ».
Come si vede, le designazioni presso a poco si equi-
volgono e in questo caso almeno la critica illuminata
non può atteggiarsi troppo a severo disdegno verso
la povera critica degli autori delle Memorie dei pit-
tori messinesi.

Resta, per quanto è possibile, a definire il posto spet-
tante fra gli antonelliani al «maestro del cardellino».
Una affinità strettissima esiste, così nella composizione
come nello stile, fra la Visitazione di Montalto e la
Visitazione che si conserva a Taormina, nella chiesa
del Varò. Quest’ultima è certamente dovuta ad Anto-
nino Giuffrè, e, come il Giuffrè, così il « maestro del
cardellino » va compreso tra gli antonelliani della
prima generazione, fra coloro dunque che derivarono
direttamente dal maestro e si attennero fedelmente
alla sua maniera, differenziandosi dagli antonelliani
della generazione successiva, sui quali, come su i fra-
telli de Saliba, la pittura veneziana esercitò influssi
profondi. * 1 2

1 Ricordiamo la famiglia D’Antonio e la famiglia De Saliba,
oltre a quelle, men note, dei Giuffrè, dei Chirico, ecc.

2 Una distinzione, fra i singoli gruppi o le singole generazioni
degli antonelliani, non può allo stato delle conoscenze esser pre-
cisa. Ed è superfluo rammentare che gli influssi veneziani nella
pittura messinese sono anteriori ai de Saliba e ai loro contempo-
ranei ; mentre d’altra parte è palese che, su costoro, quegli influssi

Il Giuffrè e il « maestro del cardellino » furono
dunque contemporanei e condiscepoli. Ma che dob-
biamo indurre dalla affinità, anzi dalla identità delle
loro composizioni? Nella scuola messinese del tempo,
constatiamo a ogni istante il ripetersi dei medesimi
motivi, e, come ho già avvertito altra volta, ciò che
il maestro dominante fra i suoi contemporanei pro-
duceva, veniva senza alcuno scrupolo copiato, ben
spesso senza variante alcuna, dai maestri minori. Il
Giuffrè copiò dal « maestro del cardellino » o vice-
versa? Sarebbe, fra le due, più probabile l’ipotesi
prima. Ma se ne presenta spontanea una terza: tanto
la Visitazione di Messina, come quella di Taormina,
che serbano entrambe così schiettamente le caratte-
ristiche antonelliane,1 rappresentano forse un origi-
nale perduto di Antonello da Messina.

VII. Il pentittico dell’abbazia di Santa Maria
del Parto presso Castelbuono. — Nel santuario,
fondato ai piedi delle Madonie dal Beato Guglielmo
da Polizzi e designato comunemente col nome del
fondatore,2 si conserva un’opera di capitale impor-
tenza per la determinazione dell’ambiente, ove ebbe
origine e si svolse l’attività giovanile di Antonello da
Messina. Ne ebbero conoscenza e ne fecero cenno il
Cavalcasene e il Di Marzo, ma all’uno e all’altro degli
eminenti studiosi sfuggì il nesso strettissimo onde il
trittico di Antonello appartenente alla Pinacoteca di
Messina è congiunto al pentittico di Castelbuono.3

Questo sorge maestoso, chiaro micante auro, sul-
l’altare maggiore della chiesa abbaziale, ed è a due
ordini: nell’inferiore la Madonna allattante il Bam-
bino fra quattro santi in figura intera (San Benedetto,
San Placido, San Basilio e il B. Guglielmo), nel su-
periore la Trinità fra quattro sante vergini a due terzi
di figura (Santa Chiara, Santa Caterina, Santa Lucia,
Sant’Agata). Un abile intagliatore in legno incorniciò
splendidamente tutte queste immagini, ispirandosi ai
motivi del gotico fiammeggiante, importati in Sicilia
dal regno d'Aragona; nelle pitture che spettano, come
le cornici, a un maestro locale, prevalgono invece in-
flussi schiettamente italiani.

Perchè sia bene inteso l’interesse speciale dell’opera,
in relazione all’educazione artistica di Antonello, è ne-
cessario premettere alcune considerazioni generalis-
sime intorno allo stato della pittura in Sicilia, circa

si manifestarono in modo assai diverso che sui loro predecessori, e
cioè determinando, per così dire, l’arresto della pura corrente an-
tonellesca.

1 Nell’uno e nell’altro quadro si avverta specialmente la corri-
spondenza precisa delle sembianze della Madonna col tipo muliebre
di Antonello.

2 Morici, Notizie storico-religiose su Castelbuono, pag. 46-49;
New York, stamperia italiana Vincenzo Ciocia, [1907].

3 I cenni, che si trovano nel Cavalcasene di questa e di altre
pitture notevoli di Castelbuono, sono abbastanza confusi ; e dob-
biam credere che il Crowe abbia male interpretato gli appunti del
suo collaboratore.
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