L' arte: rivista di storia dell'arte medievale e moderna — 10.1907

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PIETRO TORSO A

bido e pieno delle carni, le grosse nari, le molli labbra sporgenti e il segno sottile delle
sopracciglia ch’è nella Madonna di Londra; le pesanti palpebre abbassate hanno d’altra parte
riscontro nel viso del San Giovanni della tavola faentina. E in questa stessa figura di San Gio-
vanni rivediamo la forma precisa della mano sensitiva e del sottile braccio della Madonna
di Londra.

Le figure del San Francesco e del San Gerolamo nel dipinto della collezione Wallace
ci mostrano la caratteristica, già visibile nella figura di San Giovanni e nel ritratto del Man-
fredi, delle labbra imbronciate ; v’è in esse la determinatezza di segno propria del maestro
del dipinto faentino, acuita da un senso sempre più vivo di realismo e accompagnata da una
più minuziosa ricerca dei piani e dei particolari della modellatura nei visi e nelle mani.

* * *

Se sarà accolta l’attribuzione da me proposta non senza coscienza dei dubbi che potrà
sollevare a primo aspetto, ma confortata anche del consenso di G. Frizzoni, si avranno nella
tavola di Faenza e nel dipinto di Londra due opere sensibilmente distanti fra di loro nello svi-
luppo stilistico di un medesimo maestro. La tavola di Faenza, eseguita probabilmente poco
dopo il 1483, anno della morte del beato Jacopo Filippo Bertoni che in essa è ritratto, ci pre-
senta l’artista, forse giovane ancora, tutto penetrato dello spirito della scuola ferrarese nella
ricerca di precisione delle forme e nel carattere dello sfondo, ma già assai personale —- forse non
senza influsso dell’arte di Giovanni Bellini, quale potrebbe constatarsi ricorrendo al raffronto
con la Pietà esistente nel Palazzo comunale di Rimini — nella delicatezza del modellato
delle carni, nell’armonia della composizione. Ed è l’acre verismo della scuola ferrarese che
lo ispira quando ritrae il beato Jacopo.

Nella tavola della collezione Wallace, che lo sviluppo delle forme ci fa credere eseguita
sullo scorcio del Quattrocento, l’artista ripete ancora la medesima composizione, numerosis-
simi particolari, molti tratti essenziali propri al dipinto di Faenza; il naturalismo che è ivi
più intimo, la maggior larghezza del disegno, la determinazione più minuziosa dei piani pos-
sono trovare logica spiegazione nello svolgersi naturale dello stile del pittore. La tempera
faentina, la quale se veramente rappresenta Astore III Manfredi è da assegnare al periodo
fra il 1495 e il 1500, vale a mostrarci tale sviluppo in uno stadio alquanto anteriore, e bene
s’incastona fra i due estremi dipinti.

Forse, estendendo le ricerche a Faenza e nell’Emilia più che a me non sia stato pos-
sibile, si potrà vie meglio concatenare fra di loro le opere qui esaminate e rischiarare più
vivamente tutta la figura dell’ ignoto pittore.

Pietro Toesca.
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