L' arte: rivista di storia dell'arte medievale e moderna — 10.1907

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GIUSTINO CRISTOFANI

manti le avvolgono in partiti di pieghe naturalmente
grandiose. Questo prezioso saggio delia nostra orefi-
ceria reca la data del 1398. Affatto simili per tecnica
e per gusto sono le due altre croci di Spello (n. 28),
il cui nodo è aggiunta posteriore di più d’un secolo,
e di Montecolognola (n. 4), col nodo originale a for-
melle smaltate, ma col Cristo e le piastre del fusto
interamente rifatte in epoca recente. Molto prossime
allo stile del Vanni, se non opera della sua bottega,
può giudicarsi l’altra croce (n. 20, Gualdo Tadino)
con vaghissimi smalti di serafini su fondo azzurro,
guasta nell’effetto da una moderna ridoratura troppo
stridente; porta la data 1381. Altri esemplari di croci
trecentesche non mancano, ma di fattura più debole,
quantunque sempre ispirate dall’arte senese, alla quale
appartiene sicuramente un piccolo calice con smalti
(n. 18, Gualdo Tadino), nel cui nodo si legge: DV-
CIVS • DONATI • ESOTI ■ FECIEROT ME, ma con
questo siamo già ai primordi del Quattrocento. Del
qual secolo citerò come rozzo prodotto di quel pe-
riodo, cui accennai poco avanti, la croce di San Sal-
vatore di Foligno (n. 24), con la mezza figura del
committente ai piedi del Cristo, di una goffaggine
ripugnante. Bisogna giungere al declinare del secolo
per trovare un’arte veramente degna di studio e di
ammirazione; il n. 15 (Agello) offre un bell’esemplare
dell’oreficeria perugina, condotto con lo spirito della
rinascenza ; singolarmente eleganti le figure delle for-
melle nel rovescio e la storietta dell’Annunciazione
nel centro, di schiacciato rilievo, forse destinate ad
essere coperte di smalto, che può anche essere scom-
parso del tutto ; si direbbero disegnate da un artista
cresciuto alla scuola di Fiorenzo e non può quindi
accettarsene l’attribuzione a Raffaello d’Antonio, il
quale operava nel 1421. Della stessa epoca è l’altra
croce (n. 17) di Gualdo, di forme però molto deboli,
unicamente da ricordare per il nome dell’orafo, che
vi si firmò in una strana iscrizione, un tale Vezzoso.
Con quella di Mongiovino (n. 13), creduta di Cesa-
rino di Francesco, detto il Roscetto, nella quale la
virtuosità del cesello supplisce alla mancanza di vita
e di sentimento, con l’ultima di Giulio Danti (n. 8,
avanti al camino, Visso), elegantemente fredda, timida
nel rilievo, eseguita nel 1567, termina la serie delle
croci, soggetto che fu maggiormente trattato nella
nostra oreficeria e nel quale possiamo meglio che
negli altri, dei quali pochi esemplari rimangono, se-
guirne almeno in parte lo sviluppo fino alla decadenza.
Donato da Leone X al suo maestro Varino Favorino,
vescovo di Nocera, è il calice (n. 26), ricco di sbalzi
e cesellature, ma probabilmente eseguito in Roma da
artefice non umbro ; opera elegantissima, chiude la
serie dei calici conservati in questa sala, dove ammi-
riamo anche tre reliquiari: il primo (vetrina isolata),
dalle svelte forme gotiche, a colonnine spirali su base
esagona, con graziose edicolette agli angoli e piccole

statue, tutte tonde, e figurine di santi smaltate nelle
formelle dello zoccolo, porta la data 1376; un tempo
racchiudeva il cranio di Santa Giuliana, al cui mo-
nastero appartenne ; ora si conserva in quello di
Monteluce. Più leggiadro apparirebbe questo ele-
gante esemplare, nel quale abbondano i caratteri senesi
sia nell’architettura che nei rilievi e negli smalti, se
un rifacimento del 1852 non l’avesse privato della
piramide da cui doveva essere coronato, per sovrap-
porvi un doppio ordine di polifore imitanti l’antico,
adoperandovi in parte frammenti del vecchio finimento.
Nella sala III (vetrina 3a, n. 7) è esposto un altro
reliquiario, più noto del precedente, quello di Città
di Castello, datato 1420, le cui figurine in bronzo dei
Santi Francesco ed Andrea, ora tolte dalla doppia
nicchia, rivelano la mano d’un valente orafo fiorentino.
In altra vetrina della sala VII è il più prezioso saggio
dell’oreficeria umbra della piena Rinascenza, l’opera
più perfetta che si ammiri in questa sala, il reliquiario
del santo Anello conservato nel duomo di Perugia.
Sopra una doppia base di forma quadrata, sorretta
da zampe leonine, terminanti a foglie di acanto, si
innalza un primo ordine architettonico con una nic-
chia chiusa da doppi pilastrini per ogni faccia; nelle
nicchie sono le quattro statuette sedute di San Gio-
vanni Evangelista, del profeta David, di Ezechia e di
Geremia, ciascuna con rotulo e libro (da alcuni im-
propriamente credute di due profeti e di due sibille).
Sulla cornice di questo ordine poggiano agli angoli
quattro colonnine la cui trabeazione sorregge una cu-
pola a scaglie sormontate da una piccola lanterna che
sostiene la croce; la cupola è decorata di grosse perle
ad uso di fanali. Sotto questo tempietto è un elegan-
tis-imo vaso; attorno al fregio superiore gira l’iscri-
zione : DEIGR • ANV -BE • M • V • TRADIT VM-EX •

CLVSIO • P • VINTERIVM • OR • MINORVM • 1473 •
ORNATVM ■ ESPENSIS -LARGITORVM • M • D • X-I-
La tradizione ne faceva autore Cesarino, figlio di quel
Francesco di Valeriano da Foligno detto il Roscetto,
che eseguì alcuni ferri da cialde finemente intagliati,
dei quali si ha un ottimo esemplare al n. 8 della
sala XI, ove si firma: ROSSIECTO ZECHIERI, per
aver tenuto a lungo tale ufficio nella zecca di Perugia.
Ma i pagamenti del reliquiario non parlano affatto di
Cesarino, essendo stati eseguiti a favore di suo fra-
tello Federico; questo però non esclude che Cesarino,
il quale aveva bottega in comune col fratello, non vi
abbia posto mano, specialmente nelle figure, sapen-
dosi che per un lavoro commessogli dai priori di Pe-
rugia, Federico si obbliga a far eseguire da Cesarino
le figure, affinchè riescano di maggior compiacimento
degli ordinatori. È perciò da escludere del tutto l'in-
fondata attribuzione delle quattro statuette a Giulio
Danti, artista debole e manierato, quale possiamo
vederlo in questa sala istessa nella ricordata croce di
Visso e nel ciborio di San Francesco d’Assisi, con-
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