L' arte: rivista di storia dell'arte medievale e moderna — 10.1907

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ADOLFO VENTURI

senza forza più, in un momento di suprema angoscia. Le palpebre cadono sul bulbo dei-
rocchio infossato, i lineamenti si affilano, i capelli cadono e par che grondino ancora di
sangue.

TI Crocefisso non fu eseguito per l’altare, su cui oggi è inalberato; ma bene lo furono
le statue dei Santi Antonio, Francesco, Ludovico, Daniele, Prosdocimo, Giustina, e quella
della Vergine troneggiante in mezzo a loro. Nella Madonna sembra già determinarsi il tipo
di quella di Michelangelo a Bruges; nelle sfingi del trono uno de’ modelli per le eleganze
del Riccio; ma le sue forme ristrette palesano che il gruppo non doveva essere elevato
liberamente sopra l’altare, ma chiuso in un tabernacolo o dentro un’edicola. In Santa Giustina
si ha un altro modello per i tipi muliebri del Riccio. In San Francesco non sappiamo vedere
col Bode i cooperatori di Donatello : vero è che questi non dimostra l’energia delle sue
sculture precedenti, ma bene qui s’addentrò nell’espressione, e, soppressi gli slanci esteriori
della divozione, rese il raccoglimento profondo dell’anima. Così fece pure nel Sant’Antonio
pensoso. Nel San Lorenzo la stecca dell’artista si fa più rapida, e lascia l’impressione di
una freschezza, di una spontaneità di tocco inarrivabili, anche ne’ più piccoli particolari, nei
putti, ad esempio, danzanti, sgambettanti, inscritti ne’ tondi del piviale. Delle altre statue,
quella di San Ludovico è di modellato men fresco e men vivo, tanto che si potrebbe in
essa riconoscere la mano degli aiuti, i quali si dovettero però limitare a limare, a riccet-
tare le statue in bronzo. Anche nei quattro bassorilievi de’ miracoli del Santo, si possono
notare alcune lievi differenze di fattura dovute al ritocco. Se si paragona quello del mira-
colo dell’asina con gli altri, si vedranno alcuni tratti men freschi di fattura. Nel bassorilievo
del miracolo del fanciullo che attesta l’innocenza della madre, alcune pieghe sono grosse,
a linee parallele; nell’altro del miracolo del cuore dell’avaro, alcuni drappeggiamenti sono
in qualche parte assai regolari. In ogni modo qui gli aiuti toccarono soltanto la superficie
su cui il grande maestro rispecchiò nella sua varietà la natura, e converse anime e corpi a
Sant’Antonio, monaco celestiale tra le miserie umane.

Quando nel 1449 si fece la prova dell’altare, Donatello aveva già gettata in bronzo la
Pietà, che ora si vede nel mezzo del paliotto. Essa è tutta del maestro, come l’altra scol-
pita in pietra dietro l’altare. Si può quindi conchiudere che, passata la ressa del lavoro
per il monumento del Gattamelata, Donatello si dedicò tutto alla composizione della pala
bronzea; e che solo gli angioli e i simboli evangelici eseguiti nel 1447 ritraggono delle
forme particolari de’ cooperatori.

Noi ci siamo provati a contribuire alle distinzioni, le quali si faranno sempre più sottili,
sino al giorno in cui si riconosceranno le varietà e le molteplicità de’ valori racchiusi in certe
supposte unità.

Donatello esercitò un influsso inestinguibile a Padova e all’intorno. Più che dai modelli
dello Squarcione, i pittori trassero da Donato la monumentalità della pittura. Sino le idee
distributive delle scene, nella cappella del Mantegna agli Eremitani, e sino i fondi di quelle
istorie, s’ispirano ai bassorilievi donatelliani rappresentanti i miracoli del Santo. I suoi
seguaci portarono ovunque il verbo dell’arte sua: a Padova e a Venezia, Giovanni da Pisa
e il Bellano ; a Ferrara, Domenico di Paris; a Revere, in quel di Mantova, un maestro che
adornò un palazzo de’Gonzaga; a Porto Mantovano, altro che esegui un bassorilievo, ora
nel palazzo dell’Accademia Virgiliana a Mantova (fig. 5) di straordinaria finezza; a Man-
tova, nel San Sebastiano, un tardo donatelliano che rappresentò gemetti portanti ghirlande
con entro imprese e stemmi gonzagheschi (esempio, fig. 6); pure a Mantova, lo stesso
plastico che fregiò in terracotta il palazzo ora de’ Brenzoni.

Da per tutto s’incontrano i seguaci di Donatello, a Milano, a Napoli, in Dalmazia.
Quivi, e particolarmente a Ragusa, oltre l’opera di Michelozzo nel palazzo de’Rettori, c’è
un ricordo dell’altare del Santo, nella porta del palazzo stesso, là ove sono rappresentati
putti che suonano organi e tube adorne di pennoni e altri putti musicanti in corsa. Che sia
un ricordo di quel Paolo di Ragusa, che citammo tra i discepoli di Donatello a Padova?
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