L' arte: rivista di storia dell'arte medievale e moderna — 10.1907

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LA PRIMA DECA DI LIVIO ILLUSTRATA NEL TRECENTO A VENEZIA

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biamo un bell’ esempio in un dipinto del Carpaccio
dove San Matteo lascia la bottega del^pubblicano perj
seguire Gesù. Quivi vediamo segnato nel tavolo un si-
mile solco ad imbuto per insaccare il denaro, solco
che sino ad ora è stato creduto una palletta movibile.1

Anche le vesti sono copiate dal vero. I perso-
naggi di qualche dignità, come ad esempio il Ca-
merlengo, portano in capo il cuffiotto bianco sotto il
cappuccio ; altri sopra il cappuccio hanno un berret-
tone e vestono quasi tutti la tunica lunga che allora
generalmente si chiamava la toga, l’antico abito cit-
tadinesco italiano che secondo il Villani era « il più
bello, nobile e onesto che di niuna nazione». Nei
disegni troviamo parecchie varietà della semplice
veste ; quali solo il vario gusto e l’uso può aver
create.2 A volte essa ha solo in alto, all’ apertura,
pochi bottoni e cade per il resto unita e prolissa sino
ai piedi, o è stretta alla vita dalla correggia ; è spesso
semplice, a maniche lunghe e chiuse, ma talvolta le
maniche sono corte e lasciano vedere quelle della
sottoveste, o hanno per tutto il lungo file di bottoni,
e possono rimanere aperte e pendere larghe per or-
namento. Così le maniche aperte e larghe tendono
qua e là ad unirsi al corpo della toga e a formare
sopra di essa una specie di mantellina come nelle
vesti dei Dogi. Alessandro re di Epiro, per essere vestito estraniamente, ha maniche in simile
forma abbondanti con cascate di stoffa dalle due parti. Alessandro Magno, da orientale raffi-
nato, meglio ci mostra la moda di lasciar cadere le maniche lunghe e prolisse per ornamento,
tagliandole al giusto punto perchè ne escano libere le braccia con la sottoveste variamente
colorata. Chi abbia in mente gli zipponi dei gentiluomini nei primi decenni del Quattro-

cento, con le maniche larghe come ali, e gonfie e pieghet-
tate, può trovare qui i primi elementi della trasformazione
del costume.

Ma da quelle eleganze siamo ancora ben lontani. Così
ancora non si vedono i cappelli signorili ; ma tutti portano
generalmente il cappuccio che nel Trecento è parte a sè
e non poco importante del vestiario maschile, e che qui
ci si presenta con molte belle varietà che ci soffermeremo
un poco a notare.

Nella sua forma originaria il cappuccio è un largo pileo,
un cono chiuso con un taglio verticale. Infilandovi dentro
intera la testa, dal taglio si sporgeva la faccia. La parte
inferiore che si stendeva intorno al collo e sulle spalle in
Toscana era detta il batolo ; dietro la testa cadeva la parte
stretta e puntuta che era detta il becchetto. Giovanni Vil-
lani rimprovera ai giovani fiorentini di aver cominciato a
portare, dopo la venuta del duca di Atene, oltre la gonella
stretta e corta « il cappuccio vestito a modo di soccobrino

1 Così Ludwig-Molmenti, Vittore Carpaccio, Mi- Come vestivano gli uomini del «Decameron'», Roma 1898;

lano, 1906, pag. 169. e B. Cecchetti, La vita dei Veneziani nel Trecento,

2 Per il vestire nel Trecento vedi C, Merkel, Venezia 1886.

c. 156. Ritratto di Alessandro
re di Epiro
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